Il Trafiletto di Giornale (I dolci ricordi ed una delusione)

Il Trafiletto di Giornale
(I dolci ricordi ed una delusione)

Qualche tempo fa, mentre stavo sfogliando le pagine di un quotidiano, la mia curiosità fu attirata dal titolo di un trafiletto del giornale stesso, la cui intestazione era:
“I DOLCI RICORDI E UNA DELUSIONE.”
Sorpreso da questo strano titolo, cominciai a leggerlo, e quando lo conclusi, mi fece pensare tanto, e tutt’ora quando mi ritorna in mente questo articolo, inizio sempre a riflettere.
Era talmente coinvolgente, che qualche giorno dopo lo andai perfino a ricercare sulle pagine internet di quel quotidiano,

e dopo pochi minuti, finalmente lo trovai e iniziai a rileggerlo:

“In un caldo pomeriggio di qualche anno fa, due miei amici che in quel periodo non vedevo da diversi mesi, mi invitarono a prendere parte ad un evento che avevano organizzato insieme ad altre persone; colsi al volo l’occasione e andai con loro, così li avrei finalmente rivisti.
Oltre ad esserci raccontati le nostre avventure recenti all’inizio della giornata, durante questo avvenimento riuscii a conoscere diversi partecipanti, tra cui una ragazza che prima di quel momento non avevo mai notato, molto graziosa e solare con due occhi bellissimi che lasciavano senza fiato, con la quale ci presentammo, dopodiché ognuno ritornò dal proprio gruppo.
L’evento finì e la giornata si concluse con una cena tra coloro che erano intervenuti.
Avevo quasi dimenticato di aver conosciuto quella ragazza, finché non capitò che nei giorni seguenti mi trovai più volte a parlare con lei, dato che usciva con un gruppo di miei conoscenti.
Tra i suoi amici c’era anche una ragazza, la sua migliore amica,

che era entusiasta di vederci insieme ogni qual volta ci incontravamo e parlavamo.

A queste brevi chiacchierate, seguirono sguardi coinvolgenti, finché ad un certo punto ci scambiammo i numeri di telefono. Iniziammo a inviarci messaggi, e parlammo un po’ di tutto…
Anche se nei momenti in cui ci incontravamo dal vivo sembrava fosse infatuata, al punto che anche qualcuna delle persone che usciva con me se ne era resa conto, scambiandoci messaggi risultò abbastanza fredda, ma sempre e comunque cordiale; inizialmente per me era solo una nuova amicizia, dato che tra i tanti argomenti, mi aveva anche detto che qualche mese prima aveva chiuso una relazione per lei importante e stava cercando di riprendersi.
Continuammo a sentirci molto frequentemente per più di un mese e i modi di fare di questa ragazza mi intrigarono sempre di più, non so come mai (infatti come accadeva molto spesso, in due giorni consecutivi, il primo giorno avevamo una corrispondenza tecnologica molto fitta, mentre il giorno dopo scompariva per poi ricomparire quello successivo, sempre con infinita cordialità e dolcezza).

Finché un giorno mi spinsi a chiederle se entrambi avessimo lo stesso interesse, l’uno verso l’altro…

La risposta non fu quella che mi sarei aspettato, ma comunque continuammo a sentirci,
probabilmente perché avevamo lasciato un segno l’uno nell’altro, anche se in maniera un po’ sporadica rispetto a prima.
Passarono i giorni, i mesi, e piano piano finimmo per sentirci sempre di meno, finché in seguito ad una “lite futile”, scaturita da alcuni messaggi che ci eravamo inviati sul cellulare, non ci sentimmo più per diversi anni…

Qualche mese dopo questa discussione,

venni a sapere che da quando avevamo iniziato ad approfondire il nostro rapporto, non diede più confidenza ad un ragazzo con cui si stava conoscendo in quel momento, nonostante con me non fosse scoccato nulla; stranamente infatti, mi capitò di uscire con questo ragazzo e mi parlò di lei, senza che io gli avessi chiesto o accennato alcunché della mia storia (anche se lei non hai mai saputo che io venni a conoscenza di questa storia)…
Da quei giorni sono trascorsi più di tre lustri e io ebbi per diverso tempo un forte rimorso, pensai tante volte che era stato un peccato averla incontrata in un periodo della sua vita in cui non tutto girava per lei, forse in un qualunque altro momento sarebbe stato tutto diverso, se solo avesse reagito un po’ di più quando ci stavamo conoscendo.
Avrei voluto e dovuto conquistarla, sarei dovuto rimanere in contatto con lei anche solo come amici, le avrei dovuto dire tutto ciò che pensavo, anche solo una semplice frase, tipo quella che ora mi sta venendo in mente: “sei estremamente meravigliosa piccolina”. Ma…

Oggi ho pensato di raccontare questa storia ai miei tre bambini,

dato che stiamo trascorrendo qualche giorno di ferie nel mio paese e tutta questa avventura mi è ritornata in mente, ma ripensandoci ho preferito scriverla non appena siamo rientrati in città e ho deciso di farla pubblicare su un giornale; ora che ho terminato vado a farla ascoltare a loro, in modo che non solo io ricordi la ragazza che mi guadava con gli occhi sgranati, che non era riuscita a dirmi “ti amo”, ma in quel momento non lo poteva fare…
Che oggi è la loro mamma, e con queste poche parole colgo l’occasione per farle gli auguri per il nostro DECIMO ANNIVERSARIO DI MATRIMONIO, per ricordarle come e quando ci siamo conosciuti nel nostro piccolo paesino d’origine.

Piccolina, un grande bacio da tuo marito.”

Ogni qualvolta riprendo questo racconto penso a quanto le casualità incidano nella nostra vita, conoscere una persona in un momento non propizio, può scombussolare la vita di chiunque.
Anche se, tocca solo a noi saper scrivere e riempire le pagine vuote della nostra vita, sapendo rischiare, mettendosi in gioco, accettando sia i momenti positivi che quelli negativi.
Inoltre, aver letto questa storia in un determinato periodo, mi ha aiutato a trovare gli stimoli giusti quando stavo attraversando un brutto momento con la mia attuale fidanzata e la stavo per perdere, e per continuare ad averla affianco, in quel momento ho rischiato molto riuscendo fortunatamente a farle capire che rappresentava tutto per me e che insieme saremmo riusciti a superare qualunque difficoltà.
Per ora ci stiamo riuscendo, cercando insieme di rendere ogni cosa possibile e realizzabile.

Brano di Michele Bruno Salerno
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.

Cosa ti rende felice?


Cosa ti rende felice?

Nel corso di un seminario per coppie, chiesero a una delle mogli:
“Tuo marito ti rende felice?
Ti fa davvero felice?”
In quel momento, il marito sollevò la testa, mostrando totale sicurezza.
Sapeva che la moglie avrebbe detto sì, perché non si era mai lamentata di qualcosa durante il matrimonio.
Tuttavia, la moglie rispose con un sonoro “No!”
“No, mio marito non mi rende felice!”
A questo punto il marito stava cercando la porta di uscita più vicina.
“Mio marito non mi ha reso felice e non mi rende felice!
Sono felice!”

E continuò:

“Il fatto che io sia felice o no, non dipende da lui, ma da me.
Io sono la sola dalla quale dipende la mia felicità.
Io decido di essere felice.
In ogni situazione, ogni momento della mia vita, perché se la mia felicità dipendesse da qualche cosa, persona o circostanza sulla faccia della terra, sarei in guai seri.
Tutto ciò che esiste in questa vita è in continua evoluzione:
l’essere umano, la ricchezza, il mio corpo, il tempo, la mia testa, i piaceri, gli amici, la mia salute fisica e mentale.
E così potrei citare un elenco senza fine…
Decido di essere felice!

Se la mia casa è vuota o piena: sono felice!

Se usciamo insieme o esco da sola: sono felice!
Se il mio lavoro è ben pagato o no: sono felice!
Sono sposata, ma ero felice quando ero single.
Sono contenta per me stessa.
Le altre cose, persone, momenti o situazioni io le chiamo esperienze che possono o non possono darmi momenti di gioia e di tristezza!
Quando muore qualcuno che amo, io sono una persona felice in un inevitabile momento di tristezza.
Imparo dalle esperienze passeggere e vivo quelle che sono eterne come l’amare, perdonare, aiutare, capire, accettare, confortare…

Ci sono persone che dicono:

oggi non posso essere felice perché sto male, perché non ho soldi, perché fa molto caldo, perché qualcuno mi ha insultato, perché qualcuno ha smesso di amarmi, perché non riesce a valorizzarmi, perché mio marito non è quello che mi aspettavo, perché i miei figli non mi rendono felice, perché i miei amici non mi rendono felice, perché il mio lavoro è mediocre e così via.
Io amo la vita ma non perché la mia vita è più facile di quella degli altri.
E’ che ho deciso di essere felice e io come persona sono responsabile per la mia felicità.
Quando prendo questo obbligo, lascio liberi mio marito e chiunque altro dal pesare sulle loro spalle.
La vita di tutti è molto più leggera.
Ed in questo modo ho un matrimonio felice da molti anni!”

Brano senza Autore, tratto dal Web

L’uomo che non credeva nell’amore



L’uomo che non credeva nell’amore

Voglio raccontarvi una storia molto antica su un uomo che non credeva nell’amore.
Si trattava di un uomo comune, proprio come voi e me, ma ciò che lo rendeva speciale era il suo modo di pensare:
era convinto che l’amore non esistesse.
Naturalmente l’aveva cercato a lungo, aveva osservato le persone intorno a sé, trascorrendo gran parte della vita in cerca d’amore, solo per scoprire che l’amore non esisteva.
Dovunque andasse, diceva a tutti che l’amore è soltanto un’invenzione dei poeti e delle religioni, usata per manipolare la debole mente umana, per controllare le persone.
Diceva che l’amore non è reale, e per questo è impossibile trovarlo quando lo si cerca.
Era un uomo molto intelligente e riusciva ad essere convincente.
Lesse una quantità di libri, frequentò le migliori università e diventò un rinomato studioso.
Poteva parlare ovunque, davanti a qualunque pubblico, e la sua logica era inoppugnabile.

Diceva che l’amore è come una droga:

ti fa sentire bene, ma crea una dipendenza.
E cosa succede se una persona diventa dipendente dall’amore, e poi non riceve la sua dose quotidiana?
Quell’uomo diceva che la maggior parte dei rapporti d’amore è come il rapporto che c’è tra un tossicodipendente e il suo spacciatore.
Quello dei due che ha il bisogno maggiore è il drogato, e l’altro assume il ruolo dello spacciatore.
Quest’ultimo è quello che controlla il rapporto.
E’ una dinamica facilmente osservabile, perché in ogni relazione di solito c’è uno che ama di più e un altro che si limita a ricevere, ad approfittare di chi gli ha donato il suo cuore.
E’ facile vedere come si manipolano a vicenda, tramite le loro azioni e reazioni, proprio come un drogato e uno spacciatore.
Il tossicodipendente, quello che ha il bisogno maggiore, vive con il timore costante di non ricevere la prossima dose d’amore.
Pensa:
“Cosa farò se mi lascia?”
E tale paura lo rende possessivo.

Diventa geloso ed esigente.

Lo spacciatore comunque può sempre manipolarlo, dandogli dosi maggiori o minori, oppure negandogliele del tutto.
La persona con il bisogno maggiore si arrende ed accetta di fare qualunque cosa pur di non essere abbandonata.
L’uomo della nostra storia continuava a spiegare a tutti perché l’amore non esiste.
“Ciò che gli uomini chiamano amore è solo una relazione basata sul controllo e sulla paura.
Dov’è il rispetto?
Dov’è l’amore che dichiariamo di provare?
Non esiste.”
Le giovani coppie, davanti a un simulacro di Dio, e davanti alle loro famiglie e agli amici, si scambiano una quantità di promesse:
di vivere insieme per sempre, di amarsi e rispettarsi l’un l’altro, di restare uniti nella salute e nella malattia.
Promettono di amare e onorare l’altro… promesse e ancora promesse.
La cosa stupefacente è che credono davvero in ciò che promettono.
Ma dopo il matrimonio, dopo una settimana, un mese o alcuni mesi, le promesse vengono infrante una dopo l’altra.
Scoppia una guerra di potere, di manipolazione, per stabilire chi è il drogato e chi lo spacciatore.
Pochi mesi dopo le nozze, il rispetto che avevano giurato di mantenere l’uno per l’altra è scomparso.
Resta il risentimento, il veleno, il modo in cui si fanno male a vicenda, finché ad un certo punto, senza che se ne rendano conto, l’amore finisce.
I due restano insieme perché hanno paura di restare soli, temono i giudizi degli altri e anche i propri.

Ma dov’è l’amore?

Quell’uomo sosteneva di conoscere molte coppie anziane che avevano vissuto insieme per trenta o quarant’anni, e ne erano molto fiere.
Ma quando parlavano del loro rapporto dicevano:
“Siamo sopravvissuti al matrimonio.”
Ciò significava che uno dei due a un certo punto si era arreso all’altro.
La persona con la volontà più forte aveva vinto la guerra.
Ma dov’era la fiamma che chiamavano amore?
Si trattavano come una proprietà, l’uno dell’altro.
“Lui è mio.”
“Lei è mia.”
L’uomo spiegava senza fine tutte le ragioni per cui non credeva nell’esistenza dell’amore, e diceva:
“Io ho già vissuto situazioni del genere e non permetterò più a nessuno di manipolare la mia mente, di controllare la mia vita in nome dell’amore.”
Le sue argomentazioni erano logiche e convincevano molte persone.
Poi un giorno, mentre quell’uomo camminava in un parco, vide una bella donna in lacrime seduta su una panchina.
Si incuriosì e avvicinatosi le chiese se poteva aiutarla.
Potete immaginare la sua sorpresa quando lei rispose che piangeva perché aveva scoperto che l’amore non esiste.

L’uomo disse:

“Stupefacente.
Una donna che non crede nell’esistenza dell’amore.”
Naturalmente volle subito sapere qualcosa di più.
“Perché dici che l’amore non esiste?” chiese.
“E’ una lunga storia!” rispose lei.
“Mi sono sposata molto giovane, piena di amore e di illusioni.
Credevo che avrei condiviso tutta la vita con mio marito.
Ci giurammo reciprocamente fedeltà e rispetto e creammo una famiglia.
Ma presto tutto cambiò.
Io ero la moglie devota che si occupava della casa e dei bambini.
Mio marito continuò a seguire la sua carriera.
Il suo successo e la sua immagine esteriore per lui erano più importanti della famiglia.

Smise di rispettarmi e io smisi di rispettare lui.

Ci facemmo del male a vicenda e un giorno scoprii che non lo amavo più e che neppure lui mi amava.
Ma i bambini avevano bisogno di un padre e quella fu la scusa che adottai per non lasciarlo, facendo anzi di tutto per sostenerlo.
Ora i bambini sono diventati adulti e se ne sono andati.
Non ho più scuse per restare con lui.
Tra noi non c’è rispetto né gentilezza.
So anche che se trovassi un altro sarebbe la stessa cosa, perché l’amore non esiste.
Non ha senso cercare ciò che non esiste e per questo piango.”
L’uomo la comprendeva benissimo.
L’abbracciò e disse:
“Hai ragione, l’amore non esiste.
Lo cerchiamo, apriamo il nostro cuore, ci rendiamo vulnerabili e troviamo solo egoismo.
Questo ci fa del male anche quando pensiamo di esserne usciti indenni.

Non importa quante volte ci proviamo, accade sempre la stessa cosa.

Perché allora continuare a cercare l’amore?”
Erano così simili che diventarono grandi amici.
Il loro era un rapporto meraviglioso.
Si rispettavano e nessuno dei due cercava di prevalere sull’altro.
Ogni passo che facevano assieme li rendeva felici.
Tra loro non c’era invidia né gelosia, non c’era controllo né possesso.
La relazione continuava a crescere.
Amavano stare insieme, perché si divertivano molto.
Quando erano soli ciascuno sentiva la mancanza dell’altro.
Un giorno l’uomo, mentre era fuori città, ebbe un’idea assurda.
“Forse ciò che sento per lei è amore!” pensò.

Ma è così diverso da ciò che ho provato in passato.

Non è ciò che dicono i poeti, o la religione, perché io non mi sento responsabile per lei.
Non le chiedo nulla e non ho bisogno che si occupi di me.
Non sento la necessità di incolparla dei miei problemi.
Insieme stiamo bene e ci divertiamo.
Io rispetto il suo modo di pensare e lei non mi mette mai in imbarazzo.
Non mi sento geloso quando è con altri e non invidio i suoi successi.
Forse l’amore esiste davvero, alla fine, ma non è ciò che tutti credono che sia.”
Non vedeva l’ora di tornare a casa e parlare con la donna, per raccontarle dei suoi strani pensieri.
Appena cominciarono a parlare, lei disse:
“So esattamente a cosa ti riferisci.
Forse dopotutto l’amore esiste, ma non è ciò che pensavamo che fosse.”
I due decisero di diventare amanti e di vivere insieme, e sorprendentemente le cose tra loro non cambiarono.

Continuavano a rispettarsi e a sostenersi e l’amore cresceva sempre di più.

Anche le cose più semplici li facevano gioire, perché si amavano ed erano felici.
Il cuore dell’uomo era così pieno d’amore che una notte accadde un grande miracolo.
Era intento a guardare le stelle e ne vide una bellissima.
Il suo amore era così forte che la stella scese dal cielo e finì nelle sue mani.
Quindi accadde un altro miracolo e la sua anima si fuse con la stella.
La sua felicità era intensa, e andò subito dalla donna per mettere la stella nelle sue mani.
Non appena lo fece, lei ebbe un momento di dubbio:
quell’amore era troppo forte.
Non appena quel pensiero le attraversò la mente, la stella le cadde di mano e si ruppe in un milione di pezzi.
Ora c’è un vecchio che gira per il mondo giurando che l’amore non esiste.
E in una casa c’è una donna anziana che aspetta un uomo, versando lacrime amare per il paradiso che aveva tenuto tra le mani, perdendolo in un momento di dubbio.
Questa è la storia dell’uomo che non credeva nell’amore.

Di chi fu l’errore?

Cosa non funzionò?
Fu l’uomo a sbagliare, pensando di poter dare alla donna la sua felicità.
La sua felicità era la stella e l’errore fu quello di mettere la stella nelle mani della donna.
La felicità non viene mai dal di fuori.
L’uomo era felice per tutto l’amore che proveniva da se stesso.
La donna era felice per tutto l’amore che proveniva da lei.
Ma appena lui la rese responsabile della propria felicità, lei ruppe la stella, perché non poteva farsi carico della felicità di un altro essere.
Indipendentemente da quanto lo amasse, non avrebbe potuto renderlo felice, perché non poteva sapere ciò che lui aveva in mente, non poteva conoscere le sue aspettative, i suoi sogni.
Se prendete la vostra felicità e la mettete nelle mani di un’altra persona, prima o poi quella persona la distruggerà.

Se la felicità invece vive dentro di voi, siete voi ad esserne responsabili.

Non possiamo rendere nessuno responsabile della nostra felicità, ma quando andiamo in chiesa e ci sposiamo, la prima cosa che facciamo è quella di scambiarci gli anelli.
Mettiamo la nostra stella nelle mani dell’altro, sperando che ci renda felici e che noi renderemo felici lui, o lei.
Ma indipendentemente da quanto amate un’altra persona, non sarete mai ciò che quella persona vuole che siate.
Questo è l’errore che quasi tutti facciamo fin dall’inizio.
Basiamo la nostra felicità sul partner.
Trovate la vostra stella e tenetela nel cuore…
sarà la sua luce a trasmettere l’amore… perché…
L’amore esiste.

Brano tratto dal libro “La Padronanza dell’amore.” di Don Miguel Ruiz

L’importanza del Tenore di Vita


L’importanza del Tenore di Vita

Un ragazzo di umili origini era follemente innamorato della figlia di un uomo molto ricco e altolocato.
Un giorno il ragazzo fece una proposta di matrimonio alla ragazza che seccamente rispose: “Stai scherzando?
Il tuo stipendio mensile equivale a quello che spendo in un giorno!
Come posso minimamente pensare di essere tua moglie?
Non potrò mai innamorarmi di una persona come te.

Dimenticami e trova una persona del tuo stesso livello.”

Per il povero ragazzo fu un colpo tremendo.
Passarono gli anni, ma quella ferita rimase sempre aperta e lui non dimenticò mai quelle parole.
Circa dieci anni dopo i due si rincontrano casualmente in un centro commerciale.
Quando lei lo vide, subito disse:
“Hey, quanto tempo!
Come stai?
Ora sono felicemente sposata.
Mio marito è un uomo molto intelligente e un esperto uomo d’affari.
Sai quanto prende?

15.000 euro al mese.”

Nel sentire quelle parole, gli occhi dell’uomo diventarono lucidi e qualche lacrima scese sul suo viso.
Nonostante i dieci anni, ancora non aveva del tutto superato quel rifiuto.
Pochi secondi dopo il marito di lei fece ritorno dalla toilette e, prima che la moglie potesse dire una parola, nel vedere l’uomo esclamò:
“Capo, anche tu qui!
Che piacere incontrarti!
Vedo che hai conosciuto mia moglie.”
Poi si girò verso la moglie e disse:

“Lui è il mio capo.

Il progetto da 100 milioni di euro al quale sto lavorando da tanto è suo.
Nonostante le sue doti e il suo talento ha deciso di rimanere single.
Lui tempo fa ha amato follemente una ragazza, ma non è mai riuscito a conquistare il suo cuore perché non rientrava nei suoi “standard economici!”
Pensa che beffa!
Ora lui è uno degli uomini più ricchi della città!”
La donna, in totale stato di shock, non pronunciò neanche una parola.

Brano senza Autore, tratto dal Web

Un matrimonio in crisi. (L’importanza dei dettagli)


Un matrimonio in crisi.
(L’importanza dei dettagli)

Mentre mia moglie mi serviva la cena le presi la mano e le dissi: “Devo parlarti!”
Lei annuì e mangiò con calma.
La osservai e vidi il dolore nei suoi occhi, quel dolore che all’improvviso mi bloccava la bocca.
Mi feci coraggio e le dissi: “Voglio il divorzio!”
Lei non sembrò disgustata dalla mia domanda e mi chiese piano: “Perché?”
Quella sera non parlammo più e lei pianse tutta la notte.
Io sapevo che lei voleva capire cosa stesse accadendo al nostro matrimonio, ma io non potevo risponderle, aveva perso il mio cuore a causa di un’altra donna: Valentina.
Io ormai non amavo più mia moglie, mi faceva solo tanta pena, mi sentivo in colpa, e per questa ragione sottoscrissi nell’atto di separazione che a lei restasse la casa, l’auto e il 30% del nostro negozio.
Lei quando vide l’atto lo strappò in mille pezzi.

Avevamo passato dieci anni della nostra vita insieme e ora eravamo due perfetti estranei.

A me dispiaceva tanto per tutto questo tempo che aveva sprecato insieme a me, per tutte le sue energie, però non potevo farci nulla: io amavo Valentina.
All’improvviso mia moglie cominciò a urlare e a piangere ininterrottamente per sfogare la sua rabbia e la sua delusione, l’idea del divorzio cominciava ad essere realtà.
Il giorno dopo tornai a casa e la incontrai seduta alla scrivania in camera da letto che scriveva, non cenai e mi misi a letto, ero molto stanco dopo una giornata passata con Valentina.
Durante la notte mi svegliai e vidi mia moglie sempre lì seduta a scrivere, mi girai e continuai a dormire.
La mattina dopo mia moglie mi presentò le condizioni affinché accettasse la separazione:
non voleva la casa, non voleva l’auto tanto meno il negozio, soltanto un mese di preavviso, quel mese che stava per cominciare l’indomani.
Inoltre voleva che in quel mese vivessimo come se nulla di tutto questo fosse accaduto.
Il suo ragionamento era semplice:
“Nostro figlio in questo mese ha gli esami a scuola e non è giusto distrarlo con i nostri problemi.”
Io fui d’accordo però lei mi fece un’ulteriore richiesta.
“Devi ricordarti del giorno in cui ci sposammo, quando mi prendesti in braccio e mi accompagnasti nella nostra camera da letto per la prima volta:
in questo mese ogni mattina dovrai prendermi in braccio e portarmi in braccio fino a lasciarmi fuori dalla porta di casa.”
Pensai che avesse perso il cervello, ma acconsentii per non rovinare le vacanze estive a mio figlio e per superare quel momento di tensione in pace.
Raccontai la cosa a Valentina che scoppiò in una fragorosa risata dicendo:
“Non importa che trucchi si sta inventando tua moglie: dille che oramai tu sei mio!

Se ne faccia una ragione!”

Era tanto tempo che io e mia moglie non avevamo più intimità, così quando la presi in braccio il primo giorno, eravamo ambedue imbarazzati.
Nostro figlio invece camminava dietro di noi applaudendo e dicendo:
“Grande papà! Papà ha preso la mamma in braccio!”
Le sue parole furono come un coltello nel mio cuore.
Camminai una decina di metri con mia moglie in braccio.
Lei chiuse gli occhi e mi disse a bassa voce:
“Non dirgli nulla del divorzio e del nostro accordo, per favore.”
Acconsentii con un cenno, sempre imbarazzato e anche un po’ irritato, e la lasciai sull’uscio.
Come ogni mattina lei uscì e andò a prendere l’autobus per recarsi al lavoro.
Il secondo giorno eravamo tutti e due più rilassati, lei si appoggiò al mio petto e potetti sentire il suo profumo sul mio maglione.
Mi resi conto che era da tanto tempo che non la guardavo.
Mi resi conto che non era più così giovane: qualche ruga, qualche capello bianco.
Si notava che portava i segni di un dolore interno.
Mi chiesi cosa avessi fatto, come si fosse ridotta così.
Il quarto giorno, prendendola in braccio come ogni mattina, avvertii che l’intimità stava ritornando tra noi:
questa era la donna che mi aveva donato dieci anni della sua vita, la sua giovinezza, un figlio.
Nei giorni a seguire ci avvicinammo sempre più.

Non dissi nulla a Valentina.

Ogni giorno che passava era più facile prendere mia moglie in braccio, e il mese passava velocemente.
Ogni giorno che passava la sentivo più leggera.
Una mattina lei stava scegliendo dall’armadio i vestiti:
si era provata di tutto, ma nessun indumento le andava bene e lamentandosi disse:
“I miei vestiti mi vanno grandi.”
In quell’occasione mi resi conto quanto fosse dimagrita in quei giorni.
Di colpo realizzai che era entrata in depressione: a causarla erano stati il troppo dolore e la troppa sofferenza, pensai.
Senza accorgermene le toccai i capelli, nostro figlio entrò all’improvviso nella nostra stanza e disse:
“Papà, è arrivato il momento di portare la mamma in braccio!”
Per lui quel rito era diventato un momento basilare della sua giornata e della sua vita.
Mia moglie abbracciò forte mio figlio ed io girai la testa, ma dentro sentivo un brivido che cambiò il mio modo di vedere il divorzio.
Ormai prenderla in braccio e portarla fuori cominciava ad essere per me come la prima volta che la portai in casa quando ci sposammo.
La abbracciai senza muovermi e sentii quanto fosse leggera e delicata.
Mi venne da piangere!
Arrivò l’ultimo giorno e aprendomi a lei le dissi:
“Non mi ero reso conto di aver perduto l’intimità con te…”
Mio figlio doveva andare a scuola e io lo accompagnai con la macchina.

Mia moglie restò a casa.

Mi diressi verso il posto di lavoro, ma a un certo punto passando davanti alla casa di Valentina mi fermai, scesi e corsi sulle scale.
Lei mi aprì la porta e io le dissi:
“Perdonami, ma non voglio più divorziare da mia moglie!”
Lei mi guardò e disse:
“Ma sei impazzito?”
Io le risposi:
“Amo mia moglie.
Un periodo di stress, di noia e di routine ci aveva allontanato, ma ora ho capito i veri valori della vita!
Dal giorno in cui l’ho portata in braccio mi sono reso conto, osservandola e guardandola, che voglio farlo per il resto della mia vita!”
Valentina pianse, mi tirò uno schiaffo ed entrò in casa sbattendomi la porta in faccia.
Io scesi le scale velocemente, tornai in macchina e mi fermai in un negozio di fiori.
Comprai un mazzo di rose per mia moglie.
La ragazza del negozio mi chiese:
“Cosa scriviamo sul biglietto?”
Le dissi:
“Ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi.”
Arrivai di corsa a casa, salii i gradini a due a due ed entrai di corsa, precipitandomi in camera felicissimo e col sorriso sulle labbra.
Trovai mia moglie a terra.

Era morta.

Negli ultimi mesi stava lottando contro il cancro e io invece ero occupato a sciupare il mio tempo con Valentina, senza nemmeno accorgermene.
Lei non me lo aveva detto:
sapeva che stava per morire e per questo motivo volle un mese di tempo.
Sì, un mese… affinché a nostro figlio non rimanesse un cattivo ricordo del nostro matrimonio.
Affinché nostro figlio non subisse traumi.
Affinché a nostro figlio rimanesse impresso il ricordo di un padre meraviglioso e innamorato della madre.
Lei aveva chiaro quali fossero i dettagli, i semplici dettagli, che contano in una relazione.
Non sono la casa, la macchina, i soldi…
Queste sono cose effimere che sembrano saldare un’unione e invece possono dividerla.
Cerchiamo sempre di mantenere accesa la fiamma, alimentare il matrimonio con giorni felici, ricordando sempre il primo giorno della nostra più bella storia d’amore.
A volte non diamo il giusto valore a ciò che abbiamo fino a quando non lo perdiamo.
A volte capiamo il valore delle cose solo quando le abbiamo perdute.

Brano senza Autore, tratto dal Web

Un invito ad un Matrimonio


Un invito ad un Matrimonio

Ore 10:00 di una domenica di Agosto, la città è deserta, le onde di calore distorcono la vista, l’asfalto fuma e ribolle.
Il rumore dei ventilatori, unico sollievo di chi è dovuto rimanere è un rombo basso e cupo e fa pensare a zanzare giganti pronte a succhiarti come un brik al gusto papaia ed rh negativo.
Solo un manipoli di eroi sfida la calura, solo pochi arditi escono a sfidare l’afa: gli invitati ai matrimoni.
Esseri rubizzi e sbuffanti, grondanti sudore come fontane, vestiti di tutto punto.
Tutto comincia mesi prima, quando la parente, l’amico o collega ti recapita la fatidica lettera infiocchettata con il sorriso di chi pensa di farti cosa gradita.

Tu guardi con gli occhi sbarrati la ricca busta perlata,

magari impreziosita con deliziosi fiocchetti e già sai che la sventura ha bussato alla tua porta.
Apri il plico con la diffidenza che useresti per una missiva all’Antrace e la condanna ti appare in tutto lo splendore dei caratteri d’oro:
“I genitori degli sposi Mary Jane Caciottari e Alberico Spartaco Borone sono lieti d’invitarvi alla cerimonia che si svolgerà il giorno 19 Agosto presso la chiesa Santa Maria dei Calori alle ore 10:00.”
Seguito dal non meno famigerato:
“Dopo la cerimonia, Mary Jane ed Alberico Spartaco saranno lieti di salutare parenti ed amici da Ciccio Le Bujaccarò.”
Comincia così un calvario che poco ha di religioso e gioioso e molto di bilioso.

La compagna:

Appena ricevuta la ferale notizia, comincerà a dare in escandescenze:
“Non ho nulla da mettermi!!!”
Il vestito del matrimonio di tua sorella???
Sei pazzo!
È fuori moda!
Vuoi che faccia la figura della stracciona?
E poi sono ingrassata di 350 grammi netti!
Non mi entrerà mai in ogni caso!”

La lista di nozze:

La scelta del regalo è uno dei punti più dolenti, migliaia di coppie si sono, infatti, sciolte per colpa del matrimonio degli altri.
Gli sposi, per evitare di ricevere 102 copie della stessa cornice in Silver Plated, usano l’espediente della lista di nozze.
Si recano presso un negozio di casalinghi (solitamente il più costoso disponibile) e scelgono quello che gli piace.
Gli invitati, potranno quindi recarsi in tutta tranquillità e contribuire alla felicità degli sposi secondo le loro possibilità in forma anonima ovvero, nessuno dovrebbe sapere chi ha regalato cosa.
I parametri che gli invitati tengono in considerazione sono spendere il meno possibile e non fare la figura dei pulciari (cifrato Romano, dialettale, “avari”) e com’è del tutto evidente sono palesemente in antitesi.
Ovviamente chi prima arriva meglio alloggia perché sono disponibili più oggetti.
Se arrivi dopo un paio di giorni, trovi solamente la grolla d’oro tempestata di zaffiri oppure il servizio di piatti in fine porcellana Ming del XIII secolo dal costo di un pozziglione di euro cadauno.
Per questo gli invitati fanno seguire i futuri sposi da spie assoldate appositamente e non appena terminata la scelta, piantonano il negozio organizzando vere e proprie tendopoli per assicurarsi l’oggetto più appariscente ed a buon mercato.

Caccia al vestito:

Parte la ricerca spasmodica del vestito da indossare per la cerimonia e mentre gli uomini tendenzialmente riciclerebbero volentieri il vestito della prima comunione, per le donne indossare in pubblico lo stesso capo per due volte appare veramente insopportabile.
Così approfittando magari dei saldi parte la ricerca del Graal a forma di scarpa, cinta, borsa o vestito.
La donna in cerca di abito da cerimonia è un animale capace di tutto.
Costringerà il coniuge a viaggi di outlet in outlet fino a fargli spendere l’equivalente di un Armani in carburante ed, alla fine, riuscirà a convincerlo a comprare un nuovo vestito persino a lui che avrebbe preferito farsi amputare un arto piuttosto che spendere tutti quei soldi.

La vestizione:

Lui:  Cominci a vestirti a casa e già sudi copiosamente, dopo appena mezz’ora sei già al cambio della sesta camicia.
Cominci a lottare con la cravatta che s’imbizzarrisce e ti strangola con le sue spire di seta, fin quando non decidi di allungare 50 euro ad un cugino necroforo affinché te la faccia lui.
Ti senti un Frankenstein, una pentola a pressione umana sul punto di scoppiare.
Lei: Coiffer, manicure, pedicure, scrub, nails, lampada e trucco sono la base per la costruzione di un’invitata modello.
A leggerli così possono sembrare bizzarre torture medievali ed, infatti, lo sono.
La signora, dopo aver passato la notte dormendo in piedi per non rovinare la capigliatura, comincerà la fase di trucco che si conclude normalmente quando guardandosi allo specchio potrà cantare obiettivamente “ridi pagliaccio!”
Si passa quindi alla vestizione vera e propria che potrebbe sembrare banale visto che ha comprato un vestito appositamente grazie ai buoni uffici di Franchino er cravattaro (unica persona veramente felice per queste cerimonie), ma così non è.
Dopo aver sistemato il vestito, le scarpe, la cinta, borsa, il foulard, la collana ed il cappello sul letto noterà come poco bene s’intonino con il suo incarnato e quindi presa dal panico, svuoterà l’intero armadio provando combinazioni random del suo guardaroba e trasformando casa in un atelier, interdicendo l’uso dell’appartamento ad uomini ed animali per almeno cinque ore.
Alla fine indosserà poco convinta l’abito acquistato e quell’espressione che dice “non sono figa ma farò credere a tutti che lo sia.”

La chiesa:

Non a caso questo è anche il titolo di un noto horror del passato, una chiesa in città a mezzogiorno di Agosto, appare come un Golgota in scala.
Si arriva con discreto anticipo alla ricerca di un parcheggio all’ombra che esiste quanto un elfo dei boschi per poi abbandonare la vettura sotto il sole cocente per disperazione.
Si arriva davanti al sagrato sudando copiosamente per i 15 mt fatti e finalmente s’incontrano gli altri invitati.
Scatta il confronto delle mise che ovviamente ci farà sentire sciatti, e le urla disperate di donne vestite uguale.
Dopo essere stati lasciati ad essiccare per un’oretta, si accede alla chiesa, addobbata come una bomboniera con quelle deliziose decorazioni “girasole e gamberetti” che vanno tanto di moda quest’anno.

Arriva la sposa,

su un traino a 6 cavalli bianchi mesciati di biondo e carrozza Rococò color panna acida.
Scende dalla principesca vettura nel suo splendido abito bianco tempestato di Swarovski, l’effetto della rifrazione del sole attirerà in sito orme di discotecari convinti che abbiano organizzato un after-hours a sorpresa.
Il marito l’attende all’altare, inguainato nel vestito con l’espressione da travestito tipica di chi si è fatto convincere a ritoccare le sopracciglia da un barbiere pazzo, circondato da paggetti e damine uscite da un quadro di Ruben.
Finalmente i due convolano tra gli urrà della folla ed i flash dei telefonini che arricchiranno innumerevoli pagine Facebook ed Instagram.

Il rinfresco:

Finita la cerimonia, ci si dirige verso il ristorante scelto per il rinfresco.
Si prende la macchina che ormai ha raggiunto la temperatura di un altoforno, e si parte tutti in fila strombazzando a più non posso per annunciare il lieto evento.
Secondo il rispetto di antiche regole non scritte, esso non può essere più vicino di 150 km dal luogo della funzione e possibilmente non nella stessa provincia, in una località segreta protetta dalla CIA e non segnata sulle cartine.
Immancabilmente, si segue uno dei parenti che annuncia “So io dov’è!” che vi farà fare uno splendido tour della penisola, allietato dalla colonna sonora delle vostre bestemmie.
Si arriva nell’ampio parcheggio e si accede al buffet di benvenuto.
Gli sposi sono andati a scattare le foto ricordo in Papua Nuova Guinea, quindi il pasto vero e proprio non comincerà prima di cinque ore.
Gli ospiti si avventano su rustici e pizzette come piranha, a stento i camerieri riescono a salvare dita e stoviglie.

Il Prosecco è il Re incontrastato dei buffet,

in poco tempo gli accaldati ed assetati ospiti riescono a scolarsi mezza Valdobbiadene abitanti inclusi scatenando una serie di rutti percepibili fin da Marte.
Arrivano gli sposi dopo il tour de force delle foto, già distrutti dalle emozioni, il sorriso forzato di chi preferirebbe essere in prigione.
Si svolge così un banchetto degno di Apicio servito da camerieri dotati della stessa cortesia di Tremonti mentre discute di economia con Brunetta.
Anche se tenterete di spiegargli che non gli avete rigato voi l’automobile, continueranno a tirarvi i piatti sul tavolo ed a portare i rifornimenti di bibite dopo ore.
Il pranzo dei matrimoni è pura leggenda, si narra di interi parentadi entrati nei ristoranti durante il Rinascimento ed usciti durante il primo governo Andreotti.
I piatti arrivano con la stessa flemma e precisione di un interregionale, dopo l’antipasto e l’immancabile cocktail di gamberetti, arriva il primo primo, il secondo primo, il primo secondo, il secondo secondo, il terzo secondo, la frutta, la seconda frutta, la terza frutta che è di un’altra stagione perché nel frattempo è cambiata.
Il vino scorre a fiumi e con il caldo l’effetto è devastante.
Nonni che ballano sui tavoli, giovani che fanno altro a coppie miste sotto ai tavoli, canti sguaiati, cori di curva e karaoke, scontri fra ultras della sposa e dello sposo.
Il dolce normalmente è una torta tutta panna alta come il Monte Bianco, con le statue equestri degli sposi a grandezza naturale.
Ormai ridotti a due stracci i festeggiati tagliano la prima fetta di torta e subito dopo la corda, andando a dormire la loro prima notte di nozze.
Il resto della banda, continua a festeggiare tra amari, grappe e balli di gruppo le cui vergognose immagini funesteranno i social network nei secoli dei secoli.

Il rientro:

Spinti amorevolmente fuori dal locale dai camerieri del ristorante, i nostri eroi risalgono in macchina stanchi ed ubriachi.
Normalmente uno su cinque riesce a raggiungere il proprio domicilio mentre gli altri saranno ritrovati mesi dopo nelle campagne vicine.
Si sveglieranno con un mal di testa che non durerà meno di un anno e lo stomaco talmente imbarazzato da essere costretti a nutrirsi per flebo per almeno un mese.
Pochi arditi riescono a sopravvivere a più di un matrimonio l’anno, l’ONU stessa ha inserito i matrimoni tra le violazioni dei diritti umani.
Resta ancora un mistero il perché, coppie che abbiano vissuto tutto ciò, siano disposte a condannare a questo supplizio gli altri, decidendo di sposarsi se non per desiderio di vendetta…

Brano senza Autore, tratto dal Web

Saper insegnare: L’incredibile storia di Teddy Stoddard



Saper insegnare: L’incredibile storia di Teddy Stoddard

Mentre se ne stava davanti alla sua classe di quinta elementare, il primo giorno di scuola, la maestra disse ai bambini una falsità.
Come la maggior parte degli insegnanti, guardò i suoi studenti e disse che lei li amava tutti allo stesso modo.
Tuttavia, ciò era impossibile perché lì in prima fila, accasciato sulla sedia, c’era un ragazzino di nome Teddy Stoddard.
La signora Thompson aveva osservato Teddy l’anno precedente e aveva notato che non giocava serenamente con gli altri bambini…
I suoi vestiti erano disordinati e spesso avrebbe avuto bisogno di farsi un bagno.

Inoltre, Teddy era scontroso e solitario.

Arrivò il momento in cui la signora Thompson avrebbe dovuto evidenziare in negativo il rendimento scolastico di Teddy; prima però volle consultare i risultati che ogni bambino aveva raggiunto negli anni precedenti; per ultima, esaminò la situazione di Teddy.
Tuttavia, quando vide il suo fascicolo, rimase sorpresa:
in prima elementare il maestro di Teddy aveva scritto:
“Teddy è un bambino brillante con una risata pronta.
Fa il suo lavoro in modo ordinato e ha buone maniere…”

Il suo insegnante, in seconda elementare, aveva scritto:

“Teddy è uno studente eccellente, ben voluto dai suoi compagni di classe, ma è tormentato perché sua madre ha una malattia terminale e la vita in casa deve essere una lotta.”
Il suo insegnante di terza elementare aveva scritto:
“La morte di sua madre è stata dura per lui e tenta di fare del suo meglio, ma suo padre non mostra molto interesse e, se non verranno presi i giusti provvedimenti, il suo contesto famigliare presto lo influenzerà.”
Infine l’insegnante del quarto anno aveva scritto:
“Teddy si è rinchiuso in se stesso e non mostra più interesse per la scuola.

Non ha amici e qualche volta dorme in classe.”

A questo punto, la signora Thompson si rese conto del problema e si vergognò di se stessa.
Si sentì anche peggio quando i suoi studenti le portarono i regali di Natale, avvolti in bellissimi nastri e carta brillante, fatta eccezione per Teddy.
Il suo dono era stato maldestramente avvolto nella pesante carta marrone di un sacchetto di generi alimentari.
La signora Thompson però aprì il regalo prima degli altri.
Alcuni bambini cominciarono a ridere quando videro un braccialetto di strass con alcune pietre mancanti e una bottiglietta di profumo piena per un quarto, ma lei soffocò le risate dei bambini esclamando quanto fosse grazioso il braccialetto e mettendo un po’ di profumo sul polso.
Quel giorno Teddy Stoddard rimase dopo la scuola, giusto il tempo di dire:

“Signora Thompson, oggi profumava come la mia mamma quando usava proprio quel profumo.”

Dopo che i bambini se ne furono andati, la signora Thompson pianse per almeno un’ora; da quel giorno si dedicò veramente ai bambini e non solo per insegnare loro le sue materie.
Prestò particolare attenzione a Teddy e, con la sua vicinanza, la mente del piccolo iniziò a rianimarsi.
Più lei lo incoraggiava, più velocemente Teddy rispondeva.
Alla fine dell’anno, Teddy era diventato uno dei bambini più intelligenti della classe e, nonostante la sua bugia che avrebbe amato tutti i bambini in ugual modo, la maestra si accorse che Teddy divenne uno dei suoi “preferiti.”
Un anno dopo la fine della scuola, la signora Thompson trovò un biglietto sotto la porta: era da parte di Teddy; la lettera diceva che era stata la migliore insegnante che avesse mai avuto in vita sua.

Passarono sei anni prima che ricevesse un altro messaggio da Teddy.

Terminato il liceo, terzo nella sua classe, riferiva che la signora Thompson era ancora la migliore insegnante che avesse mai avuto in vita sua.
Quattro anni dopo, ricevette un’altra lettera, dicendo che quando le cose erano difficili, a volte, era rimasto a scuola, si era impegnato al massimo e ora si sarebbe presto laureato al college con il massimo degli onori.
Confermava che la signora Thompson era sempre la migliore insegnante che avesse mai conosciuto in tutta la sua vita, la sua preferita.
Poi passarono altri quattro anni e arrivò ancora un’altra lettera.
Questa volta spiegava che dopo aver ottenuto la laurea, aveva deciso di andare avanti.
La lettera spiegava che lei era ancora la migliore e preferita insegnante che avesse mai avuto, ma ora la sua firma era un po’ più lunga.

La lettera riportava, in bella grafia, Dr. Theodore F. Stoddard.

Ma la storia non finisce qui.
Arrivò ancora un’altra lettera quella primavera.
Teddy scrisse che aveva incontrato una ragazza e stava per sposarsi.
Spiegò che suo padre era morto un paio di anni prima e chiese alla signora Thompson di accompagnarlo al matrimonio facendo le veci della madre dello sposo.
Naturalmente, la signora Thompson accettò.
E indovinate un po’ che fece?
Indossò proprio quel braccialetto, quello con gli strass mancanti, quello che Teddy le aveva regalato; fece anche in modo di mettere il profumo che la madre di Teddy indossava l’ultimo Natale che passarono insieme.

Si abbracciarono e il Dr. Stoddard sussurrò all’orecchio della signora Thompson:

“Grazie signora Thompson per aver creduto in me.
Grazie mille per avermi fatto sentire importante e per avermi mostrato che avrei potuto fare la differenza.”
La signora Thompson, con le lacrime agli occhi, sussurrò:
“Teddy, ti stai sbagliando.
Sei tu quello che mi ha insegnato che potevo fare la differenza: non sapevo come insegnare fino a quando ti ho incontrato.”

Brano senza Autore, tratto dal Web

Dedicato alle mamme… Ed anche alle nonne!


Dedicato alle mamme… Ed anche alle nonne!

Quando sei venuto al mondo, lei ti ha accolto tra le braccia, tu l’hai ringraziata gridando.
Quando avevi 1 anno, lei ti ha dato da mangiare e ti ha pulito, tu l’hai ringraziata piangendo per notti intere.
Quando avevi 2 anni, lei ti insegnò a camminare, tu la ringraziasti scappando quando ti chiamava.
Quando avevi 3 anni, lei ti preparava da mangiare con amore, tu la ringraziavi facendo cadere i piatti sul pavimento.
Quando avevi 4 anni, lei ti comprò alcuni pennarelli colorati, tu la ringraziasti scrivendo sui muri della sala da pranzo.
Quando avevi 5 anni, lei ti vestiva bene per le occasioni speciali, tu la ringraziavi camminando nelle pozzanghere della via.
Quando avevi 6 anni, lei ti accompagnava a scuola, tu la ringraziavi gridandole: non voglio andare!

Quando avevi 7 anni, lei ti regalò un pallone, tu la ringraziasti calciandolo nella finestra del vicino.

Quando avevi 8 anni, lei ti comprò un gelato, tu la ringraziasti rovesciandolo sulla sua gonna.
Quando avevi 9 anni, lei ti pagò le lezioni di piano, tu la ringraziasti non frequentandole.
Quando avevi 10 anni, lei ti scarrozzava in macchina da tutte le parti: a scuola, alla partita di calcio, alle feste di compleanno e ad ogni altra festa, tu la ringraziavi scendendo sempre dalla macchina senza mai voltarti indietro.
Quando avevi 11 anni, lei accompagnava te e i tuoi amici al cinema, tu la ringraziavi dicendole di sedersi in un’altra fila.
Quando avevi 12 anni, ti consigliò di non guardare alla tv certi programmi, tu la ringraziasti sperando che lei se ne stesse a lungo fuori casa.
Quando avevi 13 anni, lei ti regalò un giaccone in pelle, tu la ringraziasti dicendole che non aveva gusto.

Quando avevi 14 anni, ella ti pagò un mese di vacanze estive in campeggio, tu la ringraziasti dimenticandoti di mandarle una cartolina.

Quando avevi 15 anni, tornava dal lavoro e avrebbe voluto abbracciarti, tu la ringraziasti chiudendo a chiave la tua stanza.
Quando avevi 16 anni, ti insegnò a guidare la sua macchina, tu la ringraziasti usandola ogni volta che potevi.
Quando avevi 17 anni, lei aspettava una telefonata importante, tu la ringraziasti occupando il telefono tutta notte.
Quando avevi 18 anni, lei pianse alla festa del tuo diploma, tu la ringraziasti restando alla festa fino all’alba.
Quando avevi 19 anni, lei ti pagò le tasse dell’università, ti accompagnò al campus trasportando i tuoi bagagli, tu la ringraziasti salutandola fuori della tua stanza, per non vergognarti davanti ai tuoi amici.
Quando avevi 20 anni, ti domandò se stavi uscendo con una ragazza, tu la ringraziasti dicendole: non ti interessa!

Quando avevi 21 anni, lei ti propose alcune strade per il futuro, tu la ringraziasti dicendole: non voglio essere come te !

Quando avevi 22 anni, ti abbracciò alla festa di laurea, tu la ringraziasti chiedendole una vacanza premio per l’Europa.
Quando avevi 23 anni, lei ti diede dei mobili per il tuo primo appartamento, tu la ringraziasti dicendo ai tuoi amici che erano brutti.
Quando avevi 24 anni, conobbe la tua futura sposa, e le domandò dei progetti per il futuro, tu la ringraziasti gridandole ferocemente: taci !
Quando avevi 27 anni, ti aiutò a pagar le spese del matrimonio, e piangendo ti diceva che ti amava moltissimo, tu la ringraziasti trasferendoti in un altro paese.
Quando avevi 30 anni, lei ti diede alcuni consigli per tuo figlio appena nato, tu la ringraziasti dicendo che le cose non erano più come una volta.
Quando avevi 40 anni, ti chiamò per ricordarti il compleanno di papà, tu la ringraziasti dicendo che eri molto occupato.
Quando avevi 50 anni, lei si ammalò e necessitò di cure, tu la ringraziasti discutendo sugli obblighi dei genitori verso i figli.

Improvvisamente, un giorno, lei morì.

Tutto ciò che non avevi fatto per lei, ti cadde addosso come fulmine e tempesta.
Prenditi un momento per pensare.
Rendi onore e omaggio, dimostra quanto ami colei che chiami mamma.
Non c’è sostituto alcuno per lei.
E anche se non sempre la si può considerare la migliore amica, anche se il suo modo di pensare non s’accorda con il tuo, lei è sempre la mamma.
Domandati: hai avuto tempo per star con lei, per ascoltare le sue lamentele, per alleviare le sue stanchezze?
Sii prudente e generoso.
Portale il debito rispetto.
Quando lei avrà lasciato questo mondo, ti resteranno solo bei ricordi di colei che hai chiamato mamma.

Evviva le mamme!
Brano senza Autore, tratto dal Web

La verità è che gli aeroporti hanno visto più baci veri che le sale da matrimonio,

e gli ospedali hanno sentito più preghiere dei muri delle chiese.

Citazione Anonima.