La raffica di schiaffi

La raffica di schiaffi

Un giovane di nome Paolo, qualche anno fa, si trovava in ferie in un rifugio sulle Dolomiti.
Era la sua ultima sera di soggiorno e stava sorseggiando un aperitivo sulla veranda in attesa della cena, quando sopraggiunsero due centauri, evidentemente alticci per aver bevuto troppo, che presero di mira un minuto vecchietto che stava bevendo tranquillamente un boccale di birra con la cannuccia.

Iniziarono ad insultarlo e a schermirlo per quello che stava facendo.

Paolo, che aveva un trascorso da scout, intimò loro di desistere e di prendersela con lui che era grande e grosso.
Ai due non parve vero e lo presero a schiaffi ripetutamente.
Lui, da uomo mite, non reagì alla violenza gratuita anche perché convinto pacifista.
Il giorno dopo, rientrato a casa, quando la madre lo vide tutto rosso e gonfio in viso, gli chiese:
“Paolo, è possibile che l’aria di montagna ti faccia così bene da farti ingrassare così tanto in pochi giorni?”

Paolo rispose:

“Mamma, ho preso una raffica di schiaffi da dei delinquenti professionisti per aver difeso un vecchietto inerme.
Non potevo denunciarli perché me li hanno dati così ben distribuiti per ogni guancia che non sarei stato creduto.
Li hanno perfino contati, fino a quando quello che si atteggiava come capo disse che ne avevo ricevuti abbastanza.”

Il Paolo in questione è mio zio.

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

Come nasce una perla

Come nasce una perla

Le ostriche perlifere, tra cui la più nota è la Meleagrina, prediligono i mari caldi e sono diffuse dal Mar Rosso al Pacifico.
Si tratta di molluschi protetti da una conchiglia formata da due valve quasi simmetriche, ruvide e striate all’esterno, levigate e lucenti all’interno grazie ad un rivestimento di madreperla di grande bellezza, striata di vari colori,

e molto pregiata dal punto di vista commerciale.

Ma l’ostrica può nascondere un ospite ben più prezioso:
una perla.
A che cosa è dovuta la presenza della perla all’interno dell’ostrica?
L’ostrica, essendo un mollusco, ha un corpo molle ed è per questo che è rivestita da una conchiglia:

in questo modo si difende dall’attacco dei pesci.

Per lo stesso motivo è molto sensibile alla presenza dei corpi estranei.
L’ostrica si nutre di plancton che è l’insieme di microscopici esseri viventi che stanno in sospensione nell’acqua del mare.
Può succedere che tra le valve della sua conchiglia, dischiuse per la raccolta del plancton che cade dall’alto, entri, indesiderato,

un granellino di sabbia o un piccolissimo pesce con abitudini parassite.

Allora l’ostrica lo cattura subito e lo rende innocuo avvolgendolo di vari strati di madreperla.
È così che nasce una perla!

Brano senza Autore, tratto dal Web

La leggenda dell’Arcobaleno (La leggenda dei colori)

La leggenda dell’Arcobaleno
(La leggenda dei colori)

Un giorno i colori decisero di riunirsi per stabilire chi tra loro fosse il più importante.
Il verde si propose subito come meritevole di ricevere il primato, dicendo:
“Guardatevi intorno, contemplate la natura, osservate le colline, le foreste e le montagne e vi renderete conto come, senza di me, non esista vita.
Io sono il colore dell’erba, degli alberi, delle praterie sconfinate.
Io rappresento la primavera e la speranza.”

Il blu si fece avanti commentando:

“Tu sei troppo occupato a guardare la terra, sei troppo preso dalla realtà che ti circonda.
Alza un po’ gli occhi verso il cielo, contempla la vastità e la profondità dei mari e lì scoprirai la mia presenza.
Io sono il colore della profondità, che abbraccia l’universo.
Io rappresento la pace e la serenità.”
Non appena il blu ebbe finito il suo commento, intervenne il giallo:
“Ma voi siete colori troppo seri!
Il mondo ha bisogno di luce e di gioia.
Io sono il colore che porta il sorriso nel mondo.
Del mio colore si vestono il frumento e i girasoli, le stelle della notte e il sole che illumina ogni cosa.

Io rappresento l’energia e la gioia.”

Timidamente si fece avanti l’arancione dicendo:
“Io sono il colore che annuncia il giorno e poi lascio tracce della mia presenza all’orizzonte, all’ora del tramonto.
Del mio colore si vestono le carote, i mango ed i papaya perché, dove sono presente, assicuro vitamine e una vita sana.
Io rappresento il calore e la salute.”
Il rosso, a voce alta, non diede il tempo di terminare all’arancione, e sicuro di se disse:
“Ma voi, state ancora discutendo su chi sia il più importante?

Ma non vi accorgete che io rappresento la vita?

Sono il colore del sangue, della passione, dei martiri e degli eroi.
Di me si vestono i papaveri ed i gelsomini; dove sono presente sono il centro dell’attenzione perché rappresento l’intensità e l’amore!”
Mentre il rosso stava ancora difendendo il suo caso, solenne e regale avanzò il viola:
“Io non ho bisogno di parlare, di propormi o di difendermi.
Il mondo mi conosce e quando passo si inchina.
Io rappresento la regalità:
del mio colore si vestono i re, i principi e gli uomini di chiesa.
Io rappresento l’autorità, ciò che è sacro e misterioso!”
Si presentarono altri colori, ognuno con le proprie ragioni, e si accese un animato dibattito riguardo a chi spettasse il primato.
All’improvviso si udì un tuono seguito da diversi fulmini e da una pioggia scrosciante.
I colori intimoriti fuggirono, si aggrapparono l’uno all’altro e, improvvisamente, sentirono la voce della pioggia:

“Quanto siete sciocchi!

Perché vi preoccupate di chi tra voi è il più importante?
Non vi accorgete che Dio vi ha creati diversi perché ciascuno possa onorarlo attraverso la propria specificità e bellezza?
Orsù, venite con me!”
Detto questo, prese i colori e si diresse verso l’orizzonte e con un ampio gesto tracciò un arcobaleno nel cielo, dicendo:
“Il vostro scopo non è di primeggiare, ma di armonizzare i vostri colori formando arcobaleni!”

Brano tratto dal libro “Sii un girasole accanto ai salici piangenti.” di Arnaldo Pangrazzi. Edizione Camilliane.

Gli amanti (Notte e Giorno)

Gli amanti
(Notte e Giorno)

Narra una leggenda cinese di due amanti che non riescono mai a unirsi.
Si chiamano Notte e Giorno.
Nelle magiche ore del tramonto e dell’alba gli amanti si sfiorano e sono sul punto di incontrarsi,

ma non succede mai.

Dicono che se fai attenzione, puoi ascoltare i lamenti e vedere il cielo tingersi del rosso della loro rabbia.
La leggenda afferma che gli dei hanno voluto concedere loro qualche attimo di felicità; per questo hanno creato le eclissi, nel corso delle quali gli amanti riescono a unirsi e fanno l’amore.

Anche io e te aspettiamo la nostra eclisse.

Chissà quando ci rincontreremo.
Chissà se vivremo separati o se saremo la notte e il giorno.

Brano tratto dal libro “Quattro amici.” di David Trueba

Scegliete chi…

Scegliete chi…

Scegliete amici, amanti e amori che siano ali forti con cui spiccare il volo, che vi aiutino a nascere, pure quando nascere fa male, per scoprire chi siete davvero, per rendervi persone migliori.
Scegliete chi vi rimprovera per troppo affetto, invece di chi vi consola per convenienza.

Chi vi affronta a muso duro, vi urla addosso e alla fine resta.

Scegliete chi non vi incatena all’immobilità del suolo, ma disegna per voi un altro pezzo di cielo.
Chi non fa promesse e poi le mantiene.
Chi tradisce le aspettative, perché non c’è altro modo di onorare la vita, nella sua magnifica imperfezione.

Chi vi cambia gli occhi, o ve li restituisce per la prima volta,

mostrandovi un modo diverso di guardare.
Scegliete chi vi spinge a lottare, a combattere, a crescere, a sperimentare.
Chi inventa ogni giorno colori nuovi, e ha incoscienza abbastanza da accostare il verde col giallo, il blu cobalto col rosso rubino,

perché nulla ci fa più coraggiosi come la capacità di rompere gli schemi e sovvertire l’ovvio.

Scegliete chi vi fa paura.
E poi, scegliete chi vi fa venire voglia di vincere quella paura.

Brano tratto dal libro “Donne al quadrato.” di Antonia Storace. Viola Editrice.

La fede (L’ombrello rosso)

La fede
(L’ombrello rosso)

I campi erano arsi e screpolati dalla mancanza di pioggia.
Le foglie pallide e ingiallite pendevano penosamente dai rami.

L’erba era sparita dai prati.

La gente era tesa e nervosa, mentre scrutava il cielo di cristallo blu cobalto.
Le settimane si succedevano sempre più infuocate.

Da mesi non cadeva una vera pioggia.

Il parroco del paese organizzò un’ora speciale di preghiera nella piazza davanti alla chiesa per implorare la grazia della pioggia.
All’ora stabilita la piazza era gremita di gente ansiosa, ma piena di speranza.
Molti avevano portato oggetti che testimoniavano la loro fede.

Il parroco guardava ammirato le Bibbie, le croci, i rosari.

Ma non riusciva a distogliere gli occhi da una bambina seduta compostamente in prima fila.
Sulle ginocchia aveva un ombrello rosso.

Brano tratto dal libro “La vita è tutto ciò che abbiamo.” di Bruno Ferrero

Quello che ci fa volare. (Il venditore di palloncini)



Quello che ci fa volare
(Il venditore di palloncini)

Parecchi anni fa, un uomo vendeva palloncini per le strade di New York.
Quando gli affari erano un po’ fiacchi, faceva volare in aria un palloncino.

Mentre volteggiava in aria,

si radunava una nuova folla di acquirenti e le vendite riprendevano per qualche minuto.
Alternava i colori, sciogliendone prima uno bianco, poi uno rosso e uno giallo.

Dopo un po’ un ragazzino afroamericano gli dette uno strattone alla manica della giacca,

guardò negli occhi e gli fece una domanda acuta:
“Signore, se lasciasse andare un palloncino nero, salirebbe in alto?”

Il venditore di palloncini guardò il ragazzo e con saggezza e comprensione gli disse:

“Figliolo, è quello che è dentro i palloncini che li fa salire verso il cielo.”

Brano tratto dal libro “Ci vediamo sulla cima.” di Zig Ziglar, attribuito anche a Anthony De Mello

I due palloni


I due palloni

Due palloni erano usciti dalla fabbrica lo stesso giorno, erano finiti nello stesso sacco e portati nello stesso grande magazzino.
Uno era rosso e uno era blu.
Avevano fatto amicizia e così furono felicissimi di essere comprati dalla stessa persona.
Finirono in un oratorio, dove sembrava che un orda di ragazzi non stesse aspettando altro che prenderli a calci.
Lo facevano tutto il giorno, con un entusiasmo incredibile.
I due palloni volavano, rimbalzavano, sbattevano, facevano goal, venivano parati, sbucciati, infilati nell’angolino alto e basso, crossati e colpiti di testa.

Una vera battaglia quotidiana.

Alla sera si ritrovavano nello stesso armadio, pesti e ammaccati; la loro bella vernice brillante, le inserzioni bianche e nere, la scritta rossa, si stavano rapidamente screpolando.
“Non ne posso più!” si lamentava il pallone blu, “Non è vita questa!
Presi a calci dalla mattina alla sera!
Basta!”
“Che vuoi farci?
Siamo nati palloni!” ribatteva il pallone rosso, “Siamo stati creati per portare gioia e divertimento!”
“Bel divertimento!
Io non mi diverto proprio!

Ed ho già cominciato a vendicarmi:

oggi sono finito appositamente sul naso di un ragazzo e l’ho fatto sanguinare.
Domani farò un occhio blu a quel tipo che mi sbatte sempre contro il muro!” incalzava il pallone blu.
“Eppure siamo sempre al centro dell’interesse.
Quando arriviamo noi il cortile si anima come per incanto.
Credimi, siamo un dono dall’alto alla gioia degli uomini!” rispondeva ancora il pallone rosso.
Passarono i giorni, ed il pallone brontolone era sempre più scontento.
“Se continuo così, scoppio!” disse una sera “Ho deciso, domani sparirò!
Ho adocchiato un tetto malandato, sul quale nessuno potrà salire a cercarmi.

Mi basta un calcione un po’ deciso…”

Ed il pallone blu così fece.
Riuscì a finire tra i piedi di Adriano, detto Bombarda, per i suoi rinvii alla “Viva il parroco!” e con un poderoso calcione lo scagliò sul tetto proibito del caseggiato abbandonato vicino il cortile dell’oratorio.
Mentre volava in cielo, il pallone blu rideva felice:
ce l’aveva fatta!
I primi tempi sul tetto furono una vera pacchia.
Il pallone blu si sistemò confortevolmente nella grondaia e si preparò a una interminabile vacanza. “Ho chiuso con i calci e le botte,” pensava con profondo compiacimento “nel mio futuro non ci saranno che aria buona e riposo.

Aaaah, questa è vita!”

Ogni tanto, dal tetto, sbirciava in giù e guardava il suo compagno scalciato a più non posso dai ragazzi del cortile.
“Poverino,” bofonchiava, “lui prende calci e io me ne sto qui a prendere il sole, pancia all’aria dal mattino alla sera!”
Un giorno, un calcio possente glielo mandò vicino.
“Resta qui!” gli gridò il pallone blu.
Ma il pallone rosso rimbalzò sull’orlo della grondaia e tornò nel cortile.
“Preferisco i calci!” rispose.
Passò il tempo.
Nella grondaia il pallone blu si accorse che sole e pioggia lo avevano rapidamente fatto screpolare e ora si stava gradatamente sgonfiando.

Divenne sempre più debole, tanto che non riusciva più nemmeno a lamentarsi.

Del resto, non gliene importava molto:
sempre solo, lassù, era diventato triste e depresso.
Così una sera esalò un ultimo soffio.
Proprio in quel momento, il pallone rosso veniva riportato nell’armadio da due piccole manine.
Prima di finire nel cassetto buio, sentì una voce che gli diceva:
“Ciao pallone, ci vediamo domani.”
E due labbra sporche di Nutella gli stamparono un bacione sulla pelle ormai rugosa.
Nel suo cuore leggero come l’aria, il pallone si sentì morire di felicità.
E si addormentò sognando il paradiso dei palloni, dove gli angioletti hanno piedini leggeri come nuvole.

Brano senza Autore, tratto dal Web

I doni di Dio. (Il negozio di Dio)


I doni di Dio. (Il negozio di Dio)

Sulla via principale della città c’era un negozio originale.
Un’insegna luminosa diceva:
“I doni di Dio!”
Un bambino entrò e vide un angelo dietro il bancone; sugli scaffali c’erano grandi scatole di tutti colori, chiese incuriosito:
“Cosa vendete?”
L’angelo rispose:
“Ogni ben di Dio!
Vedi nella scatola rossa c’è l’amore, l’arancione contiene la fratellanza, in quella azzurra c’è la fede, in quella verde la speranza, nella blu la pace e nell’indaco salvezza.”

Chiese ancora il bambino incuriosito:

“E quanto costa questa merce?”
Con estrema gentilezza, l’angelo rispose:
“Sono doni di Dio e non costano niente!”
Il bambino allora esclamò:
“Che bello!
Allora dammi: dieci quintali di fede, una tonnellata di amore, un quintale di speranza, un barattolo di fratellanza e tutto il negozio di pace!”

L’angelo si mise a servire il bambino.

In un attimo confezionò un pacchetto piccolo, ma così piccolo, come il suo cuore e porgendo il pacchetto al piccolo disse:
“Ecco, sei servito!”
Il bambino sorpreso disse:
“Ma come mai è così piccolo?”
Concluse l’angelo:
“Certo, nella bottega di Dio non si vendono frutti maturi, ma piccoli semi da coltivare.
Vai nel mondo e fai germogliare i doni che Dio ti ha dato!”

Brano senza Autore, tratto dal Web

Per favore vestitemi di rosso


Per favore vestitemi di rosso

Nella mia duplice professione di educatrice e di assistente sanitaria, ho lavorato con numerosi bambini affetti dal virus che provoca l’AIDS.
Il rapporto che ho avuto con questi bambini è stato un dono della mia vita.
Mi ha insegnato tante cose, ma ho imparato soprattutto che il grande coraggio si trova negli involucri più piccoli.
Vi racconterò di Tyler.
Tyler nacque affetto da HIV; anche sua madre era infetta.
Fin dal principio della sua vita Tyler dovette ricorrere alle medicine per sopravvivere. (…)

A volte aveva bisogno anche di ossigeno supplementare per sostenere la respirazione.

Tyler non era disposto a cedere neanche un istante della sua infanzia a questa malattia mortale.
Non era insolito trovarlo a giocare e correre attorno al cortile, portando lo zaino pieno di medicine sulla schiena e trascinando la bombola di ossigeno nel suo carretto.
Tutti noi che conoscevamo Tyler ci meravigliavamo della sua gioia pura nell’essere vivo e dell’energia che questa gli dava.
La mamma di Tyler lo prendeva in giro dicendogli che lui si spostava tanto velocemente che lei avrebbe dovuto vestirlo di rosso.
In quel modo, quando dava un’occhiata fuori della finestra per controllarlo quando giocava in cortile, l’avrebbe individuato rapidamente.

La temuta malattia alla fine logorò anche una piccola dinamo come Tyler.

Il bambino si ammalò gravemente e purtroppo si ammalò anche sua madre, affetta da HIV.
Quando divenne chiaro che Tyler non sarebbe sopravvissuto, sua madre gli parlò della morte.
Lo confortò dicendogli che anche lei stava morendo e che presto sarebbe stata con lui in cielo.
Pochi giorni prima di morire, Tyler mi chiamò al suo letto d’ospedale e mi sussurrò:
“Morirò presto.
Non ho paura.
Quando muoio, per favore vestitemi di rosso.
La mamma ha promesso di venire anche lei in cielo.
Io starò giocando quando arriverà lei, e voglio essere sicuro che mi trovi.”

Brano di Cindy Dee Holms