L’intagliatore di giada

L’intagliatore di giada

Un giovane cinese decise di diventare un provetto intagliatore di giada.
Si recò perciò dal migliore maestro di tutta la Cina e si mise a bottega da lui.
Il primo giorno, il maestro gli mise in mano un pezzo di giada e gli disse:

“Tienilo stretto in pugno!”

Per tutto il giorno il giovane rimase fermo con il pugno chiuso.
Non fece altro.
Il giorno dopo, si presentò baldanzoso dal maestro, convinto di imparare qualcosa di nuovo.
Ma il maestro gli mise in mano un pezzo di giada e gli disse:

“Stringi il pugno!”

E per tutto il giorno il giovane rimase nuovamente fermo impalato con il pugno stretto su un pezzo di giada.
Così il giorno dopo e il giorno dopo ancora.
Per un anno intero.
Un mattino, come era ormai abituato a fare, il giovane si presentò dal maestro con la mano aperta.
Come al solito, il maestro gli mise una pietra in mano.
Ma, appena la pietra gli sfiorò la mano, il giovane esclamò:

“Ma questa non è giada!”

Il maestro sorrise:
“Ora conosci la giada!”

Brano tratto dal libro “40 Storie nel deserto.” di Bruno Ferrero. Editrice ElleDiCi.

Titta bella vita

Titta bella vita

Capita di sentire, ai nostri giorni, che non ci sono più gli uomini di una volta, ma nemmeno i personaggi simpaticissimi che popolavano i nostri paesi e contrade.
In uno di questi, nell’alto Trevigiano, abitava “Titta bella vita”, chiamato così per una singolare disavventura di cui si era fatto suo malgrado protagonista.

Non più giovane gli era stata diagnosticata,

da un luminare della medicina, una grave patologia con esito certo e fatale.
Dovendo morire presto, il nostro protagonista pensò di vivere i suoi ultimi giorni alla grande,

vendette la sua casa e andò a vivere in un albergo di lusso.

Si comprò bastone, capello e frac con tanto di fiore all’occhiello ed elargiva laute mance.
Più spendeva facendo bella vita, più acquistava salute tanto da guarire del tutto.
Però, allo stesso tempo, i soldi finirono e si trovò nella più assoluta indigenza e non potendo lavorare,

fu costretto a chiedere la carità di casa in casa in frac.

A tutti raccontava la sua storia e ripeteva:
“Se la morte non mi avesse ingannato, quello che possedevo mi sarebbe bastato!”

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

Il sogno nel cassetto

Il sogno nel cassetto

Era una sera d’autunno e, alla periferia di un grande città, dei “topi da appartamento” entrarono in una viletta per fare razzia.
Da esperti del mestiere individuarono immediatamente

un cassetto chiuso con una serratura.

I ladri pensarono subito ad un ricco bottino di denaro o a dei gioielli preziosi.
Aperto dopo varie peripezie il cassetto, vi trovarono dentro, rimanendo estremamente sorpresi, solo una foto incorniciata di una giovane coppia,

immortalata nel giorno del loro matrimonio,

con la sposa su una carrozzina per disabili ed un paio di scarpette di lana per neonati.
I malviventi non trovarono il tesoro agognato, ma solo il sogno nel cassetto di una giovane coppia desiderosa di avere un figlio.

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

Un abbraccio tra madre e figlia

Un abbraccio tra madre e figlia

La ragazza era di pessimo umore.
Aveva tutte le sue spine fuori, proprio come un porcospino tormentato da un cane.
Troppi compiti a casa, troppe interrogazioni, troppo tutto… ecco!

La madre le ripeteva la solita predica,

con ragionamenti, spiegazioni e raccomandazioni.
La ragazza si fece ancora più scura.
Poi guardò la madre dritta negli occhi e scandì:
“Mamma, sono stanca e stufa delle tue prediche.

Perché invece non mi prendi tra le tue braccia e mi tieni stretta?

Nessun consiglio potrà mai farmi altrettanto bene!”
La madre rimase a bocca aperta.
Gli occhi della figlia imploravano un abbraccio.
Con la voce rotta dalla voglia di piangere, disse:

“Vuoi… vuoi che ti abbracci?

Ma lo sai che anch’io… anch’io voglio che tu mi abbracci?”
Accolse la figlia nelle braccia aperte e la strinse a sé, come fosse ancora una bimba.
E, quasi d’incanto, non ci furono più discussioni…

Brano senza Autore, tratto dal Web

Sono grata per…

Sono grata per…

Sono grata per mio marito, che si lamenta, quando la sua cena non è pronta, perché è a casa con me.
Per mia figlia, che si sta lamentando, perché deve lavare i piatti, perché questo significa che è a casa e non per strada.

Per le tasse che pago, perché questo significa che ho un impiego.

Per il caos da pulire dopo una festa, perché questo significa che sono stata circondata da amici.
Per i vestiti che sono stretti, perché questo significa che ho abbastanza da mangiare.
Per la mia ombra che mi guarda lavorare, perché questo significa che sono fuori, al sole.
Per il prato che ha bisogno di essere tagliato, le finestre che hanno bisogno di essere pulite e le grondaie che hanno bisogno di essere aggiustate,

perché questo significa che ho una casa.

Per tutte le lamentele che sento sul governo, perché questo significa che abbiamo libertà di parola.
Per il parcheggio che trovo lontano da casa, perché questo significa che posso camminare e che sono stata benedetta con un mezzo di trasporto.
Per la cara bolletta del riscaldamento, perché questo significa che sono al caldo.
Per la donna che sì seduta dietro di me in chiesa, che canta stonata,

perché questo significa che posso sentire.

Per il mucchio di vestiti da stirare, perché questo significa che ho vestiti da indossare.
Per la stanchezza e i muscoli che mi fanno male alla fine della giornata, perché questo significa che ho potuto lavorare duramente.
Per la sveglia che suona presto di mattina, perché questo significa che sono in vita.
E finalmente, per questa lettera, perché questo significa che ho amici che stavano pensando a me!

Brano tratto dal libro “Piccole storie per riflettere.” di Bruno Ferrero. Edizione ElleDiCi.

L’amore, il discepolo ed il saggio

L’amore, il discepolo ed il saggio

Un giovane discepolo andò da un saggio e gli disse:
“Maestro ditemi una parola.
Quando un uomo ama è sa di essere amato è la persona più felice di questo mondo.

Ma come si fa ad imparare ad amare?”

“Beh,” rispose il saggio, “potresti iniziare a mettere in pratica queste regole:

  1. Non dare mai un’immagine falsa di se stessi.
  2. Dire sempre di sì, quando è sì, e no, quando è no.
  3. Mantenere la parola data, anche e soprattutto se costa.
  4. Guardare gli altri ad occhi aperti, cercando di conoscere i pregi e i difetti.
  5. Accogliere degli altri non solo i pregi ma anche i difetti e viceversa.
  6. Esercitarsi a perdonare.
  7. Dare agli altri il meglio di se stessi, senza nascondere loro i propri difetti.
  8. Riprendere il rapporto con gli altri anche dopo delusioni e tradimenti.
  9. Imparare a chiedere scusa, quando ci si accorge di aver sbagliato.
  10. Condividere gli amici, vincendo la gelosia.
  11. Evitare amicizie possessive e chiuse.
  12. Dare agli altri anche quando gli altri non possono darci niente.”
Il discepolo con uno sguardo perplesso disse:

“Sono regole belle ma difficili da vivere!”
“Perché, chi ti ha detto che amare è facile?” rispose il saggio, “Non esiste l’amore facile, non esiste l’amore a buon mercato.
Non esiste la felicità facile, non esiste la felicità comprata a prezzi di saldo.
Tutti cercano l’amore ma pochi sono disposti a pagare il prezzo per ottenerlo: il sacrificio!
Imparare ad amare richiede un lungo cammino e un lungo tirocinio.

È difficile, ma non impossibile!”

“Quando potrò dire a me stesso di aver imparato ad amare?” disse il discepolo.
“Mai. Perché la misura dell’amore è amare senza misura.” esclamò il saggio.

Brano senza Autore, tratto dal Web

La leggenda dell’Arcobaleno (La leggenda dei colori)

La leggenda dell’Arcobaleno
(La leggenda dei colori)

Un giorno i colori decisero di riunirsi per stabilire chi tra loro fosse il più importante.
Il verde si propose subito come meritevole di ricevere il primato, dicendo:
“Guardatevi intorno, contemplate la natura, osservate le colline, le foreste e le montagne e vi renderete conto come, senza di me, non esista vita.
Io sono il colore dell’erba, degli alberi, delle praterie sconfinate.
Io rappresento la primavera e la speranza.”

Il blu si fece avanti commentando:

“Tu sei troppo occupato a guardare la terra, sei troppo preso dalla realtà che ti circonda.
Alza un po’ gli occhi verso il cielo, contempla la vastità e la profondità dei mari e lì scoprirai la mia presenza.
Io sono il colore della profondità, che abbraccia l’universo.
Io rappresento la pace e la serenità.”
Non appena il blu ebbe finito il suo commento, intervenne il giallo:
“Ma voi siete colori troppo seri!
Il mondo ha bisogno di luce e di gioia.
Io sono il colore che porta il sorriso nel mondo.
Del mio colore si vestono il frumento e i girasoli, le stelle della notte e il sole che illumina ogni cosa.

Io rappresento l’energia e la gioia.”

Timidamente si fece avanti l’arancione dicendo:
“Io sono il colore che annuncia il giorno e poi lascio tracce della mia presenza all’orizzonte, all’ora del tramonto.
Del mio colore si vestono le carote, i mango ed i papaya perché, dove sono presente, assicuro vitamine e una vita sana.
Io rappresento il calore e la salute.”
Il rosso, a voce alta, non diede il tempo di terminare all’arancione, e sicuro di se disse:
“Ma voi, state ancora discutendo su chi sia il più importante?

Ma non vi accorgete che io rappresento la vita?

Sono il colore del sangue, della passione, dei martiri e degli eroi.
Di me si vestono i papaveri ed i gelsomini; dove sono presente sono il centro dell’attenzione perché rappresento l’intensità e l’amore!”
Mentre il rosso stava ancora difendendo il suo caso, solenne e regale avanzò il viola:
“Io non ho bisogno di parlare, di propormi o di difendermi.
Il mondo mi conosce e quando passo si inchina.
Io rappresento la regalità:
del mio colore si vestono i re, i principi e gli uomini di chiesa.
Io rappresento l’autorità, ciò che è sacro e misterioso!”
Si presentarono altri colori, ognuno con le proprie ragioni, e si accese un animato dibattito riguardo a chi spettasse il primato.
All’improvviso si udì un tuono seguito da diversi fulmini e da una pioggia scrosciante.
I colori intimoriti fuggirono, si aggrapparono l’uno all’altro e, improvvisamente, sentirono la voce della pioggia:

“Quanto siete sciocchi!

Perché vi preoccupate di chi tra voi è il più importante?
Non vi accorgete che Dio vi ha creati diversi perché ciascuno possa onorarlo attraverso la propria specificità e bellezza?
Orsù, venite con me!”
Detto questo, prese i colori e si diresse verso l’orizzonte e con un ampio gesto tracciò un arcobaleno nel cielo, dicendo:
“Il vostro scopo non è di primeggiare, ma di armonizzare i vostri colori formando arcobaleni!”

Brano tratto dal libro “Sii un girasole accanto ai salici piangenti.” di Arnaldo Pangrazzi. Edizione Camilliane.

La cipolla e la signora avara

La cipolla e la signora avara

Lo scrittore russo Dostoevskj racconta la storia di una signora ricca ma molto avara che, appena morta, si trovò davanti un diavolaccio che la gettò nel mare di fuoco dell’inferno.
Il suo angelo custode cominciò disperatamente a pensare se per caso non esistesse qualche motivo che potesse salvarla.
Finalmente si ricordò di un lontano avvenimento e disse a Dio:
“Una volta la signora regalò una cipolla del suo orto a un povero.”

Dio sorrise all’angelo:

“Bene.
Grazie a quella cipolla si potrà salvare.
Prendi la cipolla e sporgiti sul mare di fuoco in modo che la signora possa afferrarla, poi tirala su.
Se la tua signora rimarrà saldamente attaccata alla sua unica opera buona potrà essere tirata fino in paradiso.”
L’angelo si sporse più che poté sul mare di fuoco e gridò alla donna:
“Presto, attaccati alla cipolla.”
Così fece la signora e subito cominciò a salire verso il cielo.
Ma uno dei condannati si afferrò all’orlo del suo abito e fu sollevato in alto con lei;

un altro peccatore si attaccò al piede del primo e salì anche lui.

Presto si formò una lunga coda di persone che salivano verso il paradiso attaccate alla signora aggrappata alla cipolla tenuta dall’angelo.
I diavoli era preoccupatissimi, perché l’inferno si stava praticamente svuotando, incollato alla cipolla.
La lunghissima fila arrivò fino ai cancelli del paradiso.
La signora però era proprio un’avaraccia incorreggibile e, in quel momento, si accorse della fila di peccatori attaccati al suo abito e strillò irritata:

“La cipolla è mia!

Solo mia!
Lasciatemi…”
In quel preciso istante la cipolla si sbriciolò e la donna, con tutto il suo seguito, precipitò nel mare di fuoco.
Sconsolato, davanti ai cancelli del paradiso, rimase solo l’angelo custode.

Brano tratto dal libro “Cerchi nell’acqua.” di Bruno Ferrero. Edizione ElleDiCi.

Tutto è puro per i puri

Tutto è puro per i puri

Narra la leggenda che, tanto tempo fa, quelli da Tomo da Feltre erano in troppi per la loro piccola chiesetta.
Per questo non tutti riuscivano ad assistere alle funzioni.
Dopo diverse discussioni, decisero di entrare nella Chiesa e spingere sulle pareti, per provare ad allargarla.

Dopo essersi levati le giacche,

le appoggiarono per terra lungo il muro della chiesa.
Spingi che ti spingi, stremati e grondanti sudore, andarono fuori a vedere se fossero riusciti a raggiungere il risultato sperato.
Rientrarono per continuare a spingere, e poco dopo, all’esterno della Chiesa sopraggiunse uno stracciaiolo che, vedendo le giacche abbandonate,

le caricò sul carretto.

Usciti, non vedendo più le giacche, esultarono di gioia dicendo:
“La chiesa si è allargata; e la prova è che le nostre giacche sono andate sotto il muro!”
Si fece una grande festa e gli abitanti di Tomo, dal cuore puro, non pensarono neanche per un istante che qualcuno avesse potuto sottrarre loro le giacche.

È stato scritto anche per loro:

“Omnia munda mundis.” che tradotto dal latino vuol dire:
“Tutto è puro per i puri.”

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

La capra sul campanile

La capra sul campanile

Tomo è una ridente frazione della città di Feltre, nel Bellunese, ed è da sempre chiamata Ton.
Questa frazione è nota per i suoi abitanti che un tempo avevano la nomea di sprovveduti, dando adito ad alcune leggende di cui ancora oggi vanno fieri.

Una volta, in cima al loro campanile,

era cresciuto un bel ciuffo di erba verde e questi pensarono che fosse un peccato non utilizzarlo, dato che, quell’anno, era stato per tutti un anno di ristrettezze per via della carestia e della siccità.
Fatto un apposito consiglio di paese sul da farsi, decisero all’unanimità di tirare su per il campanile una capra, con una corda, per farle brucare da privilegiata il bel ciuffo verde.
Più tiravano su la fortunata capra, più questa tirava fuori la lingua, così gli abitanti, battendo le mani, esclamarono divertiti:

“Guarda guarda come è golosa di erba!

Tira sempre di più fuori la lingua e sbava dal desiderio!”
Grande fu la delusione per gli abitanti di Ton quando scoprirono che la loro capra più bella era morta per strangolamento.

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno