Soffia

Soffia

Accade tanto tempo fa che un mendicante bussò alla porta di due fratelli, i quali erano in procinto di sedersi a tavola per gustarsi un buon minestrone di fagioli fumanti.
Il mendicante, mostrando la sua ciotola, disse:
“Sto morendo di fame, fatemi un piccolo gesto di carità.
Il profumo di ciò che mangiate mi fa svenire per quanto deve essere buono.”
Il più anziano dei fratelli fece finta di servire un mestolo di fagioli, che era vuoto, e disse:
“Eccoti il piccolo gesto, adesso soffia che potresti scottarti!”

Il mendicante insistette:

“Fatemi un piccolo gesto, vi verrà ricompensato!”
Allora si alzò il fratello minore e, tanto per farlo tacere, gli servì nella ciotola i tanto reclamati fagioli.
Dopo qualche tempo, entrambi i fratelli ebbero un incidente e passarono a miglior vita.
Furono chiamati a render conto del loro operare in vita.
Il più giovane trovò davanti alla porta del paradiso l’Angelo del Signore che gli fece segno di passare oltre, pur avendo combinato qualche marachella.
Il più anziano ricevette lo stesso invito, ma la pesante porta del paradiso non si aprì e l’angelo del Signore disse:

“Prova a soffiare, forse si apre.”

Riconobbe nell’angelo il mendicante e capì quale sarebbe stata la sua sorte.
Del fatto venne a conoscenza cielo e terra e, da allora in poi, nessuno negò mai una porzione di fagioli.

Memorabili le parole di Papa Francesco a Rio de Janeiro,

in Brasile, il 25 luglio 2013 durante la sua prima Giornata Mondiale della Gioventù, che, facendo un discorso ai giovani, riprese un vecchio proverbio:
“Si può sempre aggiungere acqua ai fagioli, perché nessuno ne rimanga senza!”

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

La manna dal cielo

La manna dal cielo

Un rabbino, dotto e stimato, fu invitato a tenere una conferenza sull’Esodo in uno dei centri culturali più esclusivi della propria città.
Il pubblico, colto e preparato, seguiva attentamente l’esposizione.
Il rabbino presentò così l’episodio della manna che cadeva dal cielo:
“Il Signore faceva piovere il suo pane, che aveva sapore di focaccia con il miele, quanta bastava per il giorno.

Non si conservava fino al giorno dopo, eccetto il venerdì.

Quando il sole cominciava a scaldare si scioglieva!”
Un ascoltatore lo interruppe:
“Che spreco di tempo!
Perché per un giorno?
Non sarebbe stato meglio se Dio avesse inviato provviste che durassero almeno per un anno?
Sarebbe stato più pratico e molto meno faticoso!”

Il rabbino, com’era solito fare, rispose con una storia:

“Un grande re aveva un figlio.
Era solo un bambino ma doveva salire al trono e la sua educazione era un affare di stato.
C’era una legge che imponeva che il re vedesse il figlio solo una volta all’anno.
Il re amava molto il suo bambino e il principino amava molto il suo papà.

Quanto avrebbero voluto stare insieme un po’ di più!

Ma la legge era inesorabile.
Così piano piano divennero due estranei!” e continuò, “Per questo Dio mandava il suo dono ogni giorno…”

Per questo noi preghiamo ogni giorno.

Brano tratto dal libro “I fiori semplicemente fioriscono.” di Bruno Ferrero. Edizione ElleDiCi.

Il vecchio mai stato giovane

Il vecchio mai stato giovane

C’era una volta un vecchio che non era mai stato giovane.
In tutta la sua vita, in realtà, non aveva mai imparato a vivere.
E non avendo imparato a vivere, non riusciva neppure a morire.
Non aveva speranze né turbamenti; non sapeva né piangere né sorridere.
Tutto ciò che succedeva nel mondo non lo addolorava e neppure lo stupiva.
Passava le sue giornate oziando sulla soglia della sua capanna, senza degnare di uno sguardo il cielo, l’immenso cristallo azzurro che, anche per lui, il Signore ogni giorno puliva con la soffice bambagia delle nuvole.

Qualche viandante lo interrogava.

Era così carico d’anni che la gente lo credeva molto saggio e cercava di far tesoro della sua secolare esperienza.
“Che cosa dobbiamo fare per raggiungere la felicità?” chiedevano i giovani.
“La felicità è un’invenzione degli stupidi!” rispondeva il vecchio.
Passavano uomini dall’animo nobile, desiderosi di rendersi utili al prossimo.
“In che modo possiamo sacrificarci per aiutare i nostri fratelli?” chiedevano.
“Chi si sacrifica per l’umanità è un pazzo!” rispondeva il vecchio, con un ghigno sinistro.
“Come possiamo indirizzare i nostri figli sulla via del bene?” gli domandavano dei genitori.
“I figli sono serpenti!” rispondeva il vecchio, “Da essi ci si possono aspettare solo morsi velenosi!”
Anche gli artisti e i poeti si recavano a consultare il vecchio che tutti credevano saggio.
“Insegnaci ad esprimere i sentimenti che abbiamo nell’anima!” gli dicevano.

“Fareste meglio a tacere!” brontolava il vecchio.

Poco alla volta, le sue idee maligne e tristi influenzarono il mondo.
Dal suo angolo squallido, dove non crescevano fiori e non cantavano neanche gli uccelli, Pessimismo (perché questo era il nome del vecchio malvagio) faceva giungere un vento gelido sulla bontà, l’amore, la generosità che, investiti da quel soffio mortifero, appassivano e seccavano.
Tutto questo dispiacque molto al Signore, che decise di rimediare.
Chiamò un bambino e gli disse:
“Va’ a dare un bacio a quel povero vecchio!”
Il bambino obbedì.
Circondò con le sue braccia tenere e paffute il collo del vecchio e gli stampò un bacio umido e rumoroso sulla faccia rugosa.

Per la prima volta il vecchio si stupì.

I suoi occhi torbidi divennero di colpo limpidi.
Perché nessuno lo aveva mai baciato.
Così aperse gli occhi alla vita e poi morì, sorridendo.

A volte, davvero, basta un bacio.
Un “Ti voglio bene”, anche solo sussurrato.
Un timido “Grazie.”
Un apprezzamento sincero.
È così facile far felice un altro.
Allora, perché non lo facciamo?

Brano di Bruno Ferrero

Il pulcino Calimero

Il pulcino Calimero

Diversi anni fa andai con un mio amico, in treno, alla fiera internazionale di agricoltura a Verona.
L’esperienza di una fiera tematica è unica e soddisfa i gusti più esigenti, con tante novità, dai macchinari agli animali, circondati di tanta bella gente.
Il mio amico andò al settimo cielo quando poté acquistare dei pulcini, sponsorizzati come razza super rustica.
Lo invitai a desistere, visto che portare in treno 22 pulcini era una impresa ardua e avremmo attirato troppo l’attenzione.
Come se non bastasse, aveva anche acquistato e indossato un capello a larghe falde.

Contadini sì, ma non macchiette.

Non mi ascoltò, e con la scatola forata ed il certificato in mano, salimmo sul treno del ritorno all’ora di punta, con molta difficoltà per gli spintoni e per la calca.
Prevedibilmente, la scatola si ruppe in maniera irreparabile ed i pulcini si sparsero per il vagone, causando ilarità tra i passeggeri.
In quello stesso vagone erano presenti anche dei bambini con le loro insegnanti.

Fecero a gara per catturarli in mezzo alle gambe dei passeggeri.

Lo schiamazzo attirò l’attenzione del capotreno che ci disse:
“Voi contadini avete forse preso il mio treno per un pollaio ?”
Risposi alla provocazione e replicai:
“Sarà anche un pollaio, ma credo che lei non abbia mai visto ragazzini così felici per aver potuto tenere in mano un pulcino vivo, per la prima volta nella loro vita!”

Il capotreno non replicò.

Dopo questo simpatico dibattito, il mio amico decise di donare alla scolaresca i pulcini con mille raccomandazioni, suggerendo ai bambini di dare a ciascun pulcino anche un nome.
Quando, ad un certo punto, il più piccolo lo tirò per la giacca e gli disse:
“Signor contadino, potrei avere assieme a questo pulcino giallo anche quello nero, chiamato Calimero, per regalarlo a mia sorella che è allergica ai peluche?”

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

Comunque vada aspettati della pioggia,

aspettati un bel temporale.
Aspettati i giorni buoni e quelli brutti, aspettati il freddo e le felpe e aspettati i piedi in riva al mare.
Aspettati di tutto da questa vita che a volte regala un cielo azzurro, altre delle grosse nuvole grigie.
Ma tu, qualunque cosa accada, a qualsiasi temperatura, mentre scende la pioggia, mentre è fredda ogni cosa, tu resta sole.

Citazione Anonima.

La favola del re Trentatré

La favola del re Trentatré

C’era una volta un re che si chiamava Trentatré.
Un giorno Trentatré pensò che un re deve essere giusto con tutti.
Chiamò Sberleffo, il buffone di corte:
“Io voglio essere un re giusto,” disse Trentatré al suo buffone, “così sarò diverso dagli altri e sarò un bravo re.”
“Ottima idea maestà!” rispose Sberleffo con uno sberleffo.

Contento dell’approvazione il re lo congedò.

“Nel mio regno,” pensò il re, “tutti devono essere uguali e trattati allo stesso modo.”
In quel momento Trentatré decise di cominciare a creare l’uguaglianza nel suo palazzo reale.
Prese il canarino dalla gabbia d’argento e gli diede il volo fuori dalla finestra:
il canarino ringraziò e sparì felice nel cielo.
Soddisfatto della decisione presa, Trentatré afferrò il pesce rosso nella vasca di cristallo e fece altrettanto, ma il povero pesce cadde nel vuoto e morì.

Il re si meravigliò molto e pensò:

“Peggio per lui, forse non amava la giustizia.”
Chiamò il buffone per discutere il fatto.
Sberleffo ascoltò il racconto con molto rispetto, poi gli consigliò di cambiare tattica.
Trentatré, allora, prese le trote dalla fontana del suo giardino e le gettò nel fiume:

le trote guizzarono felici.

Poi prese il merlo dalla gabbia d’oro e lo tuffò nel fiume, ma questa volta fu il merlo a rimanere stecchito.
“Stupido merlo,” pensò Trentatré, “non amava l’uguaglianza.”
E chiamò di nuovo il buffone Sberleffo per chiedergli consiglio.
“Ma insomma!” gridò stizzito il re, “Come farò a trattare tutti allo stesso modo?”
“Maestà,” disse Sberleffo, “per trattare tutti allo stesso modo bisogna, prima di tutto, riconoscere che ciascuno è diverso dagli altri.
La giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma dare a ciascuno il suo!”

Brano tratto da “Progetto Calamaio” di Claudio Imprudente

La leggenda del tramonto

La leggenda del tramonto

Il giorno dopo, il Signore tornò a guardare la sua Creazione.
C’era qualche ritocco da fare.
C’erano dei bei sassi sui greti dei fiumi, grigi, verdi e picchiettati.

Ma sotto terra i sassi erano schiacciati e mortificati.

Dio sfiorò quei sassi profondi ed ecco si formarono diamanti e smeraldi e milioni di gemme scintillanti laggiù nelle profondità.
Il Signore vide i fiori, uno più bello dell’altro.
Mancava qualcosa, pensò, e posò su di essi un soffio leggero:

ed ecco, i fiori si vestirono di profumo.

Un uccellino grigio e triste gli volò sulla mano.
Dio gli fischiettò qualcosa.
E l’usignolo incominciò a gorgheggiare.
E disse qualcosa al cielo ed il cielo arrossì di piacere.

Nacque così il tramonto.

Ma che cosa mai avrà bisbigliato il Signore all’orecchio dell’uomo perché egli sia un uomo?
Gli bisbigliò, in quel giorno lontano, in quell’alba remota, tre piccole parole:
“Ti voglio bene!”

Brano tratto dal libro “A volte basta un raggio di sole.” di Bruno Ferrero. Edizione ElleDiCi.

Dov’è finita la stella cometa?

Dov’è finita la stella cometa?

Quando i Re Magi lasciarono Betlemme, salutarono cortesemente Giuseppe e Maria, baciarono il piccolo Gesù, fecero una carezza al bue e all’asino.
Poi, con un sospiro, salirono sulle loro magnifiche cavalcature e ripartirono.
“La nostra missione è compiuta!” disse Melchiorre, facendo tintinnare i finimenti del suo cammello. “Torniamo a casa!” esclamò Gaspare, tirando le briglie del suo cavallo bianco, “Guardate!
La stella continua a guidarci.” annunciò Baldassarre.
La stella cometa dal cielo sembrò ammiccare e si avviò verso Oriente.
La corte dei Magi si avviò serpeggiando attraverso il deserto di Giudea.
La stella li guidava e i Magi procedevano tranquilli e sicuri.
Era una stella così grande e luminosa che anche di giorno era perfettamente visibile.
Così, in pochi giorni, i Magi giunsero in vista del Monte delle Vittorie, dove si erano trovati e dove le loro strade si dividevano.
Ma proprio quella notte cercarono invano la stella in cielo.

Era scomparsa.

“La nostra stella non c’è più!” si lamentò Melchiorre, “Non l’abbiamo nemmeno salutata.”
C’era una sfumatura di pianto nella sua voce.
“Pazienza!” ribatte Gaspare, che aveva uno spirito pratico, “Adesso possiamo cavarcela da soli.
Chiederemo indicazioni ai pastori e ai carovanieri di passaggio!”
Baldassarre scrutava il cielo ansiosamente; sperava di rivedere la sua stella.
Il profondo e immenso cielo di velluto blu era un trionfo di stelle grandi e piccole, ma la cometa dalla inconfondibile luce dorata non c’era proprio più.
“Dove sarà andata?” domandò, deluso.

Nessuno rispose.

In silenzio, ripresero al marcia verso Oriente.
La silenziosa carovana si trovò presto ad un incrocio di piste.
Qual era quella giusta?
Videro un gregge sparso sul fianco della collina e cercarono il pastore.
Era un giovane con gli occhi gentili nel volto coperto dalla barba nera.
Il giovane pastore si avvicinò e senza esitare indicò ai Magi la pista da seguire, poi con semplicità offrì a tutti latte e formaggio.
In quel momento, sulla sua fronte apparve una piccola inconfondibile luce dorata.
I Magi ripartirono pensierosi.
Dopo un po’, incontrarono un villaggio.
Sulla soglia di una piccola casa una donna cullava teneramente il suo bambino.
Baldassarre vide sulla sua fronte, sotto il velo, una luce dorata e sorrise.

Cominciava a capire.

Più avanti, ai margini della strada, si imbatterono in un carovaniere che si affannava intorno ad uno dei suoi dromedari che era caduto e aveva disperso il carico all’intorno.
Un passante si era fermato e lo aiutava a rimettere in piedi la povera bestia.
Baldassarre vide chiaramente una piccola luce dorata brillare sulla fronte del compassionevole passante.
“Adesso so dov’è finita la nostra stella!” esclamò Baldassarre in tono acceso, “È esplosa e i frammenti si sono posati ovunque c’è un cuore buono e generoso!”
Melchiorre approvò:
“La nostra stella continua a segnare la strada di Betlemme e a portare il messaggio del Santo Bambino:
ciò che conta è l’amore.”
“I gesti concreti dell’amore e della bontà insieme formano la nuova stella cometa.” concluse Gaspare.
E sorrise perché sulla fronte dei suoi compagni d’avventura era comparsa una piccola ma inconfondibile luce dorata.
Ci sono uomini e donne che conservano in sé un frammento di stella cometa.
Si chiamano cristiani.

Brano tratto dal libro “L’iceberg e la duna.” di Bruno Ferrero. Edizione ElleDiCi.

Arrivarono solo in tre (La storia dei Re Magi)

Arrivarono solo in tre
(La storia dei Re Magi)

Forse non tutti sanno che un tempo, quando non esistevano i computer, tutto il sapere del mondo era concentrato nella mente di sette persone sparse nel mondo:
i famosi Sette Savi, i sette sapienti che conoscevano i come, i quando, i perché, i dove di ogni cosa che accadeva.
Erano talmente importanti che erano considerati dalla gente dei re, anche se non lo erano;

per questo erano chiamati Re Magi.

Nell’anno 0 (zero), studiando le loro pergamene segrete, tutti e sette i Magi giunsero ad una strabiliante conclusione:
proprio in una notte di quell’anno sarebbe apparsa una straordinaria stella che li avrebbe guidati alla culla del Re dei re.
Da quel momento passarono ogni notte a scrutare il cielo e a fare preparativi, finché, davvero una notte nel cielo apparve una stella luminosissima.
I Sette Savi partirono dai sette angoli del mondo dove si vivevano e si misero a seguire la stella che indicava loro la strada.
Tutto quello che dovevano fare era non perderla mai di vista.
Ognuno dei sette Magi, tenendo gli occhi fissi sulla stella, che poteva vedere giorno e notte, cavalcava per raggiungere il Monte delle Vittorie, dove era stabilito che i sette savi dovevano incontrarsi per formare una sola carovana.
Olaf, re Mago della Terra dei Fiordi, attraversò le catene dei monti di ghiaccio e arrivò presto in una valle verde, dove gli alberi erano carichi di frutti squisiti e il clima dolce e riposante; il mago vi si trovò così bene che decise di costruirsi un castello.

Così, ben presto, si scordò della stella.

Igor, re Mago del Paese dei Fiumi, era un giovane forte e coraggioso, abile con la spada e molto generoso.
Attraversando il regno del re Rosso, un sovrano crudele e malvagio, decise di riportare la pace e la giustizia per quel popolo maltrattato; così divenne il difensore dei poveri e degli oppressi, perse di vista la stella e non la cercò più.
Yen Hui era il re Mago del Celeste Impero, era uno scienziato e un filosofo, appassionato di scacchi.
Un giorno arrivò in una splendida città dove uno studioso teneva una conferenza sulle origini dell’universo; Yen Hui non riuscì a resistere, lo sfidò ad un dibattito pubblico, si confrontarono su tutti i campi del sapere e per ultimo iniziarono una memorabile partita a scacchi che durò una settimana.

Quando si ricordò della stella era troppo tardi:

non riuscì più a trovarla.
Lionel era un re Mago poeta e musicista, che veniva dalle terre dell’Ovest e viaggiava solo con strumenti musicali.
Una sera fu ospitato per la notte da un ricco signore di un pacifico villaggio.
Durante il banchetto in suo onore, la figlia del signore danzò e cantò per gli invitati e Lionel se ne innamorò perdutamente; così finì per pensare solo a lei e nel suo cielo la stella miracolosa scomparve piano piano.
Solo Melchiorre, re dei Persiani, Baldassarre, re degli Arabi e Gaspare, re degli Indi, abituati alla fatica e ai sacrifici, non diedero mai riposo ai loro occhi, per non rischiare di perdere di vista la stella che segnava il cammino, certi che essa li avrebbe guidati alla culla del Bambino, venuto sulla terra a portare pace e amore.
Così ognuno di loro arrivò puntuale all’appuntamento al Monte delle Vittorie, si unì ai compagni e insieme ripresero la loro marcia verso Betlemme, guidati dalla stella cometa, più luminosa che mai.

Brano tratto dal libro “Novena di Natale per i bambini.” di Bruno Ferrero. Edizione ElleDiCi.

Il passerotto beige e marrone

Il passerotto beige e marrone

C’era una volta un passerotto beige e marrone che viveva la sua esistenza come una successione di ansie e di punti interrogativi.
Era ancora nell’uovo e si tormentava:
“Riuscirò mai a rompere questo guscio così duro?
Non cascherò dal nido?

I miei genitori provvederanno a nutrirmi?”

Fugò questi timori, ma altri lo assalirono, mentre tremante sul ramo doveva spiccare il primo volo: “Le mie ali mi reggeranno?
Se mi dovessi spiaccicare al suolo… Chi mi riporterà quassù?”
Naturalmente imparò a volare, ma cominciò a pigolare:
“Troverò una compagna?
Potrò costruire un nido?”

Anche questo accadde, ma il passerotto si angosciava:

“Le uova saranno protette?
Potrebbe cadere un fulmine sull’albero e incenerire tutta la mia famiglia.
E se dovesse arrivare un falco a divorare i miei piccoli?
Riuscirò a nutrirli?”
Quando i piccoli si dimostrarono belli, sani e vispi e cominciarono a svolazzare qua e là, il passerotto si lagnava:
“Troveranno cibo a sufficienza?
Sfuggiranno al gatto e agli altri predatori?”

Poi, un giorno, sotto l’albero si fermò un maestro.

Additò il passerotto ai discepoli e disse:
“Guardate gli uccelli del cielo:
essi non seminano, non mietono e non mettono il raccolto nei granai…
eppure il Padre vostro che è in cielo li nutre!”
Il passerotto beige e marrone improvvisamente si accorse che aveva avuto tutto…
E non se n’era mai accorto.

Brano senza Autore