Non aver fretta e non aver paura.

Scegli quello che ti sembra giusto ma, ogni tanto, quando puoi, anche quello che ti fa felice.
Se non ti vengono le parole, lascia che siano i tuoi occhi a parlare.
E impara a leggere gli occhi degli altri, impara a capire quel che non ti dicono.
Non lasciarti fermare dalla paura per fare le cose che devono essere fatte.

Scappa quando devi, fermati quando puoi:

c’è un momento per seminare e un momento per raccogliere:
impara a distinguerli, impara ad assaporare entrambi.
Ascolta il tuo corpo e rispettalo: riposati quando te lo chiede, mangia quando hai fame e ogni tanto ubriacati:
di vino, di amore o di qualche sogno.
Ma soprattutto cerca di sorridere sempre di più.

Citazione di Catherine Black.

La promessa di sorridere

La promessa di sorridere

Mi capitava di ridere senza motivo in classe e la maestra, la signorina Piromallo, s’indispettiva tanto che un giorno mi disse che voleva parlare con “un adulto di casa”.
Disse proprio così, e io le portai nonno che venne col cappello e se lo mise in grembo prima di disporsi all’ascolto di ciò che la maestra aveva da dire.

Lei mi accusò, s’indignò, pretese scuse e pentimento.

Lui annuì con la testa e poi le fece notare che il mandorlo del giardino della scuola era in fiore.
“E cosa c’entra?” chiese la Piromallo.
“Lei non trova strano che nonostante questo giugno piuttosto freddo il mandorlo sia fiorito lo stesso?” rispose nonno continuando a guardare l’albero in boccio.

“Affatto.

È nella natura dell’albero fiorire in primavera e comunque non è così freddo da impedirlo.
Siamo nella norma direi.” concluse lei con quella voce stridula che ancora ricordo.
“Bene!” disse nonno alzandosi e prendendomi per mano, “Anche il sorriso di mia nipote fiorisce nonostante il freddo che avverto qui dentro.
Com’è giusto che faccia un’anima giovane che impara ad essere felice.

Quindi direi che siamo nella norma.

I miei ossequi signorina Piromallo!”
Camminammo in silenzio fino a casa, poi sulla porta nonno mi fece promettere di non addormentarmi mai senza aver sorriso almeno dieci volte al giorno.
E io glielo promisi.

Brano di Milena Maggio

Il più grande spadaccino

Il più grande spadaccino

Matajuro Yagyu era il figlio di un famoso spadaccino.
Suo padre, convinto che l’attitudine del figlio fosse troppo scarsa per fargli raggiungere la maestria, lo disconobbe.
Così Matajuro andò sul Monte Futara e la trovò il famoso spadaccino Banzo.
Ma Banzo confermò il giudizio del padre.
“Tu vuoi imparare a maneggiare la spada sotto la mia guida?” domandò Banzo, “Ti mancano i requisiti indispensabili!”
“Ma se lavoro sodo, quanti anni mi ci vorranno per diventare un maestro?” insistette il giovane.

“Il resto della tua vita!” rispose Banzo.

“Non posso aspettare tanto!” disse Matajuro, “Se accetti di darmi lezione, sono pronto a sottopormi a qualunque fatica.
Se divento il tuo devotissimo servo, quanto tempo ci vorrà?”
“Oh, dieci anni, forse!” disse Banzo addolcendosi.
“Mio padre si sta facendo vecchio e presto dovrò prendermi cura di lui!” continuò Matajuro, “Se lavoro ancora più assiduamente, quanto tempo mi ci vorrà?”
“Oh, forse trent’anni!” rispose Banzo.
“Ma come!” disse Matajuro, “Prima hai detto dieci anni, e ora trenta!

Accetterò qualunque privazione pur di imparare quest’arte nel tempo più breve!”

“Bè,” disse Banzo, “allora dovrai restare con me settant’anni.
Un uomo che ha tanta fretta di ottenere dei risultati raramente impara alla svelta!”
“E va bene!” dichiarò il giovane, comprendendo infine che gli si stava rimproverando la sua impazienza, “Accetto!”
Matajuro ebbe l’ordine di non parlare mai di scherma e di non toccare mai una spada.
Cucinava per il suo maestro, lavava i piatti, gli rifaceva il letto, puliva il cortile, curava il giardino, tutto senza che si parlasse mai di scherma.
Passarono tre anni.
Matajuro continuava a lavorare.

Pensando al proprio avvenire era triste.

Non aveva ancora cominciato a imparare l’arte alla quale aveva votato la propria vita.
Ma un giorno Banzo scivolò alle sue spalle e gli diede un colpo terribile con una spada di legno.
L’indomani, mentre Matajuro stava cucinando del riso, Banzo tutt’a un tratto gli saltò di nuovo addosso.
Da allora, giorno e notte, Matajuro dovette difendersi dagli assalti inaspettati.
Non c’era giorno, non c’era momento che non dovesse pensare al sapore della spada di Banzo.
Imparò così in fretta che la faccia del suo maestro era raggiante di sorrisi.
Matajuro divenne il più grande spadaccino del paese.

Storia Zen.
Brano tratto dal libro “101 storie zen.”