La leggenda dei Fichi del Papa

La leggenda dei Fichi del Papa

Una leggenda narra che ad una delegazione di cittadini di Castelli di Monfumo, dovendosi recare in pellegrinaggio a Roma, venne offerta la possibilità di essere accolti dal Papa, in via straordinaria e in udienza privata,
Gli abitanti di questa piccola frazione in provincia di Treviso erano considerati laboriosi e devoti.

I preparativi per questo evento furono intensi.

Dopo lunghe riflessioni pensarono di portare al Papa, come dono più significativo della loro terra, i bellissimi fichi fioroni.
Il giorno dell’udienza gli inservienti del papa, nell’aprire l’involucro che conservava i fichi, constatarono che erano marci ed emanavano un cattivo odore.
Di conseguenza cacciarono i Castellani in malo modo, umiliandoli.
Il Papa, che era un sant’uomo, li richiamò dopo essere stato informato dell’accaduto.

Disse loro:

“Vi ringrazio e vi lodo per quello che volevate donarmi.
Nelle vostre intenzioni volevate offrirmi il frutto più dolce della vostra terra.
Per imparare a giudicare come San Pietro, sto iniziando a valutare anche i propositi e per questa ragione concedo, come premio, a tutto il paese l’indulgenza plenaria dei vostri peccati.”
Tornati a casa chiamarono la varietà in questione i Fichi del Papa e nei ristoranti del luogo, durante la stagione estiva, vengono serviti come tali.

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

La capra sul campanile

La capra sul campanile

Tomo è una ridente frazione della città di Feltre, nel Bellunese, ed è da sempre chiamata Ton.
Questa frazione è nota per i suoi abitanti che un tempo avevano la nomea di sprovveduti, dando adito ad alcune leggende di cui ancora oggi vanno fieri.

Una volta, in cima al loro campanile,

era cresciuto un bel ciuffo di erba verde e questi pensarono che fosse un peccato non utilizzarlo, dato che, quell’anno, era stato per tutti un anno di ristrettezze per via della carestia e della siccità.
Fatto un apposito consiglio di paese sul da farsi, decisero all’unanimità di tirare su per il campanile una capra, con una corda, per farle brucare da privilegiata il bel ciuffo verde.
Più tiravano su la fortunata capra, più questa tirava fuori la lingua, così gli abitanti, battendo le mani, esclamarono divertiti:

“Guarda guarda come è golosa di erba!

Tira sempre di più fuori la lingua e sbava dal desiderio!”
Grande fu la delusione per gli abitanti di Ton quando scoprirono che la loro capra più bella era morta per strangolamento.

Brano di Dino De Lucchi
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Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

Il galletto, il gatto ed il topolino

Il galletto, il gatto ed il topolino

Un Topolino inesperto, che non conosceva ancora nessuna delle insidie che riserva il mondo, un giorno corse il rischio di essere catturato e raccontava alla mamma la sua brutta avventura in questo modo:
“Mi dirigevo verso le montagne che circondano il paese e camminavo veloce come un qualunque topolino che voglia dimostrarsi abile e coraggioso,

quando ad un certo momento mi accorsi di due strani animali che erano sulla strada.

Uno di questi sembrava tranquillo e di bell’aspetto, l’altro invece era agitato, fiero e turbolento, aveva sul capo un elmo di un bel rosso fuoco e, ogni tanto, apriva le due braccia nel tentativo di spiccare il volo.
Questo strano animale aveva una voce stridula e feroce ed una coda simile ad un pennacchio, ricca di piume e di colori.”
Il Topolino intendeva parlare di un gallo, ma lo dipinse in un modo così strano, neppure fosse un’orca, uno sciacallo o un animale misterioso.

Poi continuò:

“Avessi visto, mamma, si batteva i fianchi con le due braccia, strillava e faceva un chiasso tale che sembrava il diavolo in persona.
Io stesso che, grazie a Dio, sono coraggioso, ho provato una paura tale che ho seriamente pensato di fuggire.
Ma, subito dopo, mi sono pentito perché avrei veramente avuto il desiderio di fare amicizia con quell’animale così gentile.
Aveva infatti il pelo liscio e striato, simile al velluto, quasi come il nostro, una coda morbidissima e bellissima, e uno sguardo così mite e luminoso che ognuno potrebbe innamorarsene.
Credo che sarebbe molto amato anche fra i topi.
Che cosa pretendi oltre a questo?

Aveva perfino le orecchie come le abbiamo noi.

Se non ci fosse stata quell’altra bestia a ricacciarmi indietro, gli sarei corso tra le braccia.”
“Male per te, figliuolo,” gli disse la madre, “perché quell’animale grazioso e gentile, sotto quelle false apparenze è un nemico crudele, mentre l’altro che ti ha fatto così paura è un animale innocuo… Il Gatto invece, che ti è sembrato così mite, divora i topi come fossero gustose polpette.
Finché vivrai non dimenticare che non è saggio giudicare la gente dall’apparenza.”

Brano tratto dal libro “Le Fiabe degli Animali.” di Jean de La Fontaine. Fratelli Melita Edizioni.

Costruire fortezze (L’amicizia)

Costruire fortezze
(L’amicizia)

C’era una volta un sovrano potente.
Sapeva che il numero dei giorni che gli restavano da vivere diminuiva inesorabilmente.
Che cosa sarebbe diventato il suo bell’impero, quando sarebbe stato costretto ad abbandonarlo con tutti i nemici che lo circondavano da ogni lato?
Che avrebbe potuto fare il giovane principe, quel figlio troppo giovane e inesperto che il sovrano aveva avuto, ahimè, in tarda età?
Dove poteva rifugiarsi?

Chi lo avrebbe protetto?

Questo pensieri tormentavano il vecchio re, tanto che un giorno disse al principe:
“Figlio mio, io non regnerò più per molto tempo e ignoro ciò che accadrà dopo la mia morte.
Ci sono molti nemici intorno al trono.
Ho tanta paura per l’impero che ho costruito e anche per te.
Morirei tranquillo se sapessi che hai un rifugio sicuro che ti protegga in caso di pericolo.
Per questo ti consiglio di andare per il regno e di costruire fortezze in tutti gli angoli possibili, per tutti i confini del paese!”

Obbediente, il giovane si mise immediatamente in cammino.

Percorse tutto il paese, per monti e valli, e dove trovava il posto conveniente, faceva costruire grandi fortezze solide e imponenti.
Le fortezze sorsero nelle profondità delle foreste, nelle valli più nascoste, sulla sommità delle colline, nei deserti, in riva ai fiumi e sui fianchi delle montagne.
Questo costò molto denaro, ma il principe non badava a spese:
erano in gioco la sua vita e il suo trono.
Dopo un certo tempo, il giovane ritornò nel palazzo del re suo padre.
Stanco, dimagrito, ma soddisfatto d’aver portato a termine il compito, corse a presentarsi dal padre.

“Ebbene, figlio mio, com’è andata?

Hai fatto ciò che io ti avevo detto?” gli domandò il re.
“Sì, padre.” rispose il principe, “In tutto il paese si innalzano fortezze imprendibili:
nei deserti, sulle montagne, nel profondo delle foreste!”
Ma il vecchio re, il più potente che la storia abbia mai conosciuto, invece di congratularsi con il figlio per tutti i suoi sforzi, scuoteva la testa come in preda ad un forte dispiacere.
“Non è questo, figlio mio, che avevo in mente io, devi tornare indietro e ricominciare!” esclamò il re che poi aggiunse:
“Le fortezze che tu hai costruito non ti proteggeranno assolutamente in caso di pericolo:
tu sarai solo e non per quei muri e quelle pietre potrai sfuggire alle imboscate e alle trappole dei tuoi nemici.

Tu devi costruirti dei rifugi nel cuore delle persone oneste e buone.

Devi cercare queste persone e guadagnarti la loro amicizia; soltanto allora saprai dove rifugiarti nei momenti difficili.
Là dove un uomo ha un amico sincero, là trova un tetto sotto cui ripararsi.”
Il principe si rimise in cammino.
Non più per i deserti, i dirupi, le foreste selvagge, ma per andare verso la gente, tra loro, per costruire dei rifugi come immaginava suo padre, il vecchio re pieno di saggezza.
E questo richiese molti più sforzi e fatiche, ma il principe non li rimpianse mai, perché, quando dopo un certo tempo il vecchio sovrano si spense e lasciò questo mondo, il principe non aveva più nessun nemico da temere.

Brano tratto dal libro “A volte basta un raggio di sole.” di Bruno Ferrero. Edizione ElleDiCi.

Er bijetto da cento lire

Er bijetto da cento lire

Un Bijetto da Cento diceva:
“È più d’un mese
che giro ‘sto paese,

sempre in funzione, sempre in movimento!

Comincianno da un vecchio, che una notte
me diede a ‘na coccotte,
so’ capitato in mano a un farmacista,
a un avvocato, a un giudice, a un fornaro, a un prete e a un socialista.

Capisco ch’è ‘na gran soddisfazione d’annà in saccoccia a tutti:

ommini e donne, onesti e farabbutti; ma d’artronne trovo curioso che l’istesso fojo,
che j’ha servito a fa’ ‘na bona azzione, poi serva a fa’ un imbrojo!
Mó, da quattr’ora, sto ner portafojo d’una signora onesta:

ma indove finirò doppo de questa?

Chi lo sa? chi lo sa? Chi me possiede me conserva, me stima,
me tiè da conto assai, ma nun me chiede quer che facevo co’ chi stavo prima.
E questo è naturale, capirai:
quanno se tratta de pijà quatrini la provenienza nun se guarda mai!

Brano di Trilussa

La strategia del doppio

La strategia del doppio

Un giovanotto si era invaghito di una bella ragazza di un paese vicino.
L’aveva notata per la prima volta durante una sagra paesana, e questo interesse sembrava essere ricambiato.

Decise di andare a farle visita durante il filò nella sua casa colonica.

(“Far filò” voleva dire discorrere del più del meno di sera, tra vicini di casa, tra “contraenti”, cioè abitanti nello stesso gruppo di case, tra gruppetti di persone, tra parenti e amici.”)
In questa occasione, chiese informazioni ed apprese che il padre avrebbe concesso la mano della figlia prediletta solamente a chi le garantisse una sicurezza economica e a colui che avesse dimostrato anche grandi doti umane.
Per verificare ciò, lo spasimante sarebbe stato sottoposto ad un serrato interrogatorio.

Il ragazzo decise, allora, di portare con se un suo fidato amico per fargli da spalla.

Alle domande del padre circa casa, campi, animali, etc, avrebbe dovuto replicare che tutto era il doppio di quanto affermava.
L’“interrogatorio” procedette bene, il padrone di casa era sodisfatto dell’umiltà del giovane ma anche della sua consistenza economica.
Stava per congedarsi, soddisfatto del successo, quando emise un colpo di tosse ed il padre della ragazza chiese:

“Raffreddore?”

L’amico non attese la risposta e replicò con la tecnica del doppio, per fargli fare bella figura:
“No, sta giusto per morire!”

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

Il giovanotto ed i “giudizi”

Il giovanotto ed i “giudizi”

Cera una volta, tanti anni fa, un giovanotto di un paese dell’Agordino, forte e bellissimo ma non molto intelligente.
Raggiunta l’età per fidanzarsi, i suoi genitori, preoccupati, chiesero consiglio al vecchio e saggio parroco del paese.
Questo, dopo un lungo colloquio, consigliò ai genitori di far intraprendere al loro figlio un pellegrinaggio a Padova da Sant’Antonio, chiedendo ospitalità lungo la strada ed affidandogli anche una prova da superare.

Preparato l’occorrente per il pellegrinaggio,

quando arrivò il momento della partenza, gli consegnarono una scatoletta con dentro i “giudizi” (in realtà la scatola non conteneva altro che un grillo) da non aprire mai.
Percorso un lungo tratto di strada ed in prossimità del tramontar del sole, il giovanotto chiese ospitalità nella zona appena raggiunta.
Una coppia di contadini, ascoltata la storia del ragazzo,

gli diede la possibilità di riposarsi in un loro fienile.

Dopo aver accettato ed esser rimasto solo, l’aitante giovanotto, sopraffatto dalla curiosità, aprì la scatola e la cosa misteriosa saltò fuori e scomparve rapidamente.
Spaventato per la perdita, cercò la cosa misteriosa per diverse ore, ma rendendosi conto di non essere riuscito a ritrovarla, usando un forcone, buttò giù dal fienile tutto il fieno già riposto.

Al mattino la coppia di contadini gli chiese come mai avesse causato quel disastro,

ed il giovanotto rispose di aver perso i “giudizi.”
I proprietari, rimasti senza parole, sia per la risposta che per il gesto compiuto, esclamarono con rammarico:
“Ce ne siamo resi conto!”

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

Il più grande spadaccino

Il più grande spadaccino

Matajuro Yagyu era il figlio di un famoso spadaccino.
Suo padre, convinto che l’attitudine del figlio fosse troppo scarsa per fargli raggiungere la maestria, lo disconobbe.
Così Matajuro andò sul Monte Futara e la trovò il famoso spadaccino Banzo.
Ma Banzo confermò il giudizio del padre.
“Tu vuoi imparare a maneggiare la spada sotto la mia guida?” domandò Banzo, “Ti mancano i requisiti indispensabili!”
“Ma se lavoro sodo, quanti anni mi ci vorranno per diventare un maestro?” insistette il giovane.

“Il resto della tua vita!” rispose Banzo.

“Non posso aspettare tanto!” disse Matajuro, “Se accetti di darmi lezione, sono pronto a sottopormi a qualunque fatica.
Se divento il tuo devotissimo servo, quanto tempo ci vorrà?”
“Oh, dieci anni, forse!” disse Banzo addolcendosi.
“Mio padre si sta facendo vecchio e presto dovrò prendermi cura di lui!” continuò Matajuro, “Se lavoro ancora più assiduamente, quanto tempo mi ci vorrà?”
“Oh, forse trent’anni!” rispose Banzo.
“Ma come!” disse Matajuro, “Prima hai detto dieci anni, e ora trenta!

Accetterò qualunque privazione pur di imparare quest’arte nel tempo più breve!”

“Bè,” disse Banzo, “allora dovrai restare con me settant’anni.
Un uomo che ha tanta fretta di ottenere dei risultati raramente impara alla svelta!”
“E va bene!” dichiarò il giovane, comprendendo infine che gli si stava rimproverando la sua impazienza, “Accetto!”
Matajuro ebbe l’ordine di non parlare mai di scherma e di non toccare mai una spada.
Cucinava per il suo maestro, lavava i piatti, gli rifaceva il letto, puliva il cortile, curava il giardino, tutto senza che si parlasse mai di scherma.
Passarono tre anni.
Matajuro continuava a lavorare.

Pensando al proprio avvenire era triste.

Non aveva ancora cominciato a imparare l’arte alla quale aveva votato la propria vita.
Ma un giorno Banzo scivolò alle sue spalle e gli diede un colpo terribile con una spada di legno.
L’indomani, mentre Matajuro stava cucinando del riso, Banzo tutt’a un tratto gli saltò di nuovo addosso.
Da allora, giorno e notte, Matajuro dovette difendersi dagli assalti inaspettati.
Non c’era giorno, non c’era momento che non dovesse pensare al sapore della spada di Banzo.
Imparò così in fretta che la faccia del suo maestro era raggiante di sorrisi.
Matajuro divenne il più grande spadaccino del paese.

Storia Zen.
Brano tratto dal libro “101 storie zen.”

La vera ricchezza (Sapersi accontentare)

La vera ricchezza
(Sapersi accontentare)

In un piccolo villaggio, un contadino accumulò tanta ricchezza da potersi dire il più ricco d’ogni altro.
Ma, potendo disporre di denaro ed essendosi comperato un mulo, ebbe l’idea di viaggiare.
Arrivò in un paese molto più grande del suo e vide una casa molto più bella della sua.
“Di chi è questa casa?” chiese il contadino, “Di qualche Dio?”

“È dell’uomo più ricco del paese!” fu la risposta.

Il contadino tornò al suo villaggio e tanto lavorò, s’affaticò e s’arrabattò che, alla fine, poté costruire una dimora come quella che aveva ammirato.
Questa volta acquistò cavallo e carrozza e andò in una città.
Là, di case come la sua ce n’erano a centinaia.
E a decine ve n’erano d’incomparabilmente più belle.
Che dire poi del palazzo del re?
Neanche lavorando tutta la vita notte e giorno avrebbe potuto competere con tanta ricchezza.
Mentre se ne tornava a casa triste e depresso, al carro si ruppe una ruota, il cavallo morì di stanchezza e al contadino non restò che tornare a casa a piedi.

Fattasi notte, vide un lume lontano:

era la casa di un santo eremita.
Entrato, il contadino notò la grande povertà che vi regnava:
“Come fai,” chiese all’eremita il contadino, “a vivere in una casa tanto miserabile?”
“Mi accontento!” rispose l’eremita, “Tu piuttosto, perché non sei felice?”
“Perché, si vede?” domandò il contadino.
“Si vede dai tuoi occhi.
Cercano qualcosa che non c’è:
la ricchezza.” esclamò l’eremita.
“Eppure la ricchezza io l’ho vista!” spiegò il contadino.

“Hai notato al crepuscolo,” disse l’eremita, “le lucciole nei prati?

S’illudono d’illuminare l’universo, ma la loro vanità scompare quando le stelle sorgono in cielo.
Anche le stelle credono d’illuminare il cielo, ma non appena sale la luna scompaiono lentamente e tristemente.
La luna s’illude anch’essa di inondare la terra con la sua luce, ma quando arriva il sole, a stento la si vede nel cielo.
Se quelli che si vantano delle loro ricchezze meditassero su queste semplici cose, ritroverebbero il sorriso perduto.”
Il contadino sorrise, ma sul suo volto c’era ancora un po’ di tristezza.
Allora l’eremita gli disse:
“Lo sai che rispetto a me tu sei re?”
“Be’, non esageriamo.
Ho certo una casa più bella della tua, qualche soldo da parte e…” continuò il contadino.
“Non è di questo che parlo!” disse l’eremita e, avvicinando il lume al proprio povero corpo, glielo mostrò: non aveva le gambe.
Allora il contadino, che doveva sorridere, pianse.

Brano tratto dal libro “Il libro degli esempi: Fiabe, parabole, episodi per migliorare la propria vita.” Gribaudi Editore.

La penitenza del chierichetto (Il sacchetto di fagioli)

La penitenza del chierichetto
(Il sacchetto di fagioli)

Anch’io sono stato chierichetto ed anche molto serio.
Mia mamma era rimasta molto colpita ed era orgogliosa dell’invito che mi aveva fatto il Parroco dell’epoca, Don Mario, per fare il chierichetto e ciò perché noi eravamo una famiglia di immigrati e, l’immigrato in genere, non è da subito ben inserito nella vita del paese.
Un tempo era così, ora la mentalità è più aperta, ma al tempo dovevi avere pazienza.
Allora mia mamma mi manda subito da un’amica sarta, che mi prenda le misure e mi confeziona la vestina del chierichetto.
Nella mia Parrocchia allora i chierichetti indossavano una tunica nera con sopra una cotta bianca
corta.
La sarta era brava e mi confezionò la più bella vestina di tutti gli altri ragazzi, che facevano i chierichetti.
Io ero uno dei più piccoli e dovevo ancora imparare molte cose allora il Parroco mi affidò ad uno più vecchio che mi doveva insegnare i compiti del chierichetto nelle varie cerimonie.

Scoprii allora che i chierichetti non sono tutti uguali:

c’era il turiferario in genere più anziano (si fa per dire) degli altri, che portava il turibolo per porgerlo al celebrante nel momento opportuno per incensare.
Il turiferario è assistito da quello che porta l’incenso dentro la navicella, poi ci sono quelli che portano le torce accese, quelli che seguono la messa, il cerimoniere che dà gli ordini, quelli che accendono e spengono le candele, quelli che rispondono alla Messa.
Insomma molti compiti e per ogni compito serviva una specifica istruzione perché il Parroco era severissimo, non bisognava assolutamente parlare tra noi, né litigare, ecc.
Il Parroco ci chiamava a fare l’istruzione dei chierichetti una volta la settimana e durante le vacanze anche due volte alla settimana.
Lui teneva la conferenza, ci raccomandava il silenzio, la meditazione, le buone letture e poi ci lasciava alle istruzioni pratiche affidate al capo chierichetto più anziano.
Io venni destinato a “rispondere alla messa” ossia alla liturgia della messa domenicale o feriale, ero troppo piccolo, infatti per il turibolo, che era più alto di me ed anche per le candele alle quali non arrivavo nemmeno con lo stoppino acceso lungo venti centimetri.
La Santa Messa era in latino ed io il latino non lo sapevo,

ma il Parroco mi diede il libricino della messa in latino scritto in due caratteri.

Le frasi scritte con caratteri normali le diceva il Parroco o Celebrante mentre le risposte in neretto le dovevo dire io.
Ed io in un lampo imparai tutte le risposte al celebrante in latino anche se non sapevo cosa volessero dire.
L’altare non era rivolto verso il pubblico come ora ma rivolto verso il fondo della Chiesa ed il Parroco dava le spalle al pubblico e la fila dei chierichetti si metteva nel presbiterio alle spalle del celebrante su due file.
Si entrava dalla Sagrestia, genuflessione ai piedi dell’altare poi il Parroco saliva all’altare poggiava il calice, quindi scendeva e mi ricordo ancora le prime frasi della Messa.
Dopo aver recitato in ginocchio il tradizionale:
“In nomine Patris et Filii…… ecc”, il celebrante diceva:
“introibo ad altare Dei.” ed io subito pronto, “Ad Deum qui laetificat juventutem meam.”
Il Parroco celebrante rispondeva:
“Adiutorium nostrum in nomine Domini.” ed io pronto e immediato, “Qui fecit caelum et terram….”
Poi veniva il Confiteor e cosi via.
Ma noi piccoli chierichetti non sapevano il latino e quindi le frasi le troncavamo o non eravamo pronti a rispondere ed allora il Parroco ci riprendeva ed anche ci suggeriva.

Io però più che dal latino ero impacciato con la mia bella tunica.

La prima parte della Messa si diceva tutta in ginocchio.
Il pavimento del presbiterio non era mai stato finito e non aveva il marmo come adesso, ma c’era il cemento grezzo.
Avevo i calzoni corti, mi sollevavo allora la tunica per non rovinarla e mi inginocchiavo sul cemento grezzo, che era fatto tutto di piccoli sassolini che sulle ginocchia nude diventavano dolorose.
Dopo un po’ bruciavano, allora per trovare un riparo arrotolavo la tunica sotto le ginocchia così per un po’ il dolore passava.
Il Parroco se ne accorgeva dei vari spostamenti e movimenti e sommessamente ci invitava a stare fermi.
Tra i chierichetti mi feci notare per la serietà ed allora mi chiamavano soprattutto per i funerali, mentre quelli più vecchi e forse anche un tantino più furbi preferivano i matrimoni.
Chissà perché!
Tra i chierichetti c’era sempre qualche monello.
Qualche carboncino destinato al turibolo prendeva qualche altra strada e poi lo si usava per accendere il fuoco o per bruciare le barbe del granoturco o i semi del fenocio che davano un certo aroma di anice.
Il Parroco però ci diceva, che il chierichetto doveva essere sempre irreprensibile e studioso ed allora invece che mandarci in gita premio, ci mandava a fare gli esercizi spirituali a Villa Immacolata a Torreglia.

Ci andai anch’io, ancora molto piccolo così scoprii cosa fossero questi esercizi spirituali:

silenzio, raccoglimento, preghiera, poco gioco, nessun pallone, meditazione al mattino, meditazione al pomeriggio, silenzio assoluto dopo la cena.
La Messa tutti i giorni poi l’istruzione dei chierichetti per gruppi.
Anche se non si poteva parlare tuttavia conobbi lo stesso un mio coetaneo di una Parrocchia vicina e facemmo subito amicizia perché mi era parso subito molto sveglio.
Mi confidò infatti che nella sua Parrocchia dopo la Messa degli sposi lui andava dai compari degli sposi li salutava e tra un saluto e l’altro diceva loro:
“La settimana scorsa abbiamo fatto un bel matrimonio, ma così bello che ci hanno anche dato una mancia per i chierichetti!”
In genere l’allusione funzionava e subito, anche i nuovi compari, gli sganciavano una bella mancia, che lui raccoglieva diligentemente in una musina per fare una bella gita a fine anno.
Dopo la meditazione sul finire degli esercizi spirituali venne anche la confessione.
Andai a confessarmi da un prete che non conoscevo.

Si dimostrò subito molto severo ed austero.

Come penitenza, dopo la confessione, non mi prescrisse come faceva di solito il mio Parroco di recitare delle preghiere, ma di mettere una manciata di fagioli nelle scarpe e di camminare il giorno dopo con i fagioli dentro alle scarpe.
Mi consegnò infatti un sacchettino piccolissimo con dentro una decina di fagiolini bianchi con l’occhio nero.
Misi i fagioli nelle scarpe come mi aveva detto e poi non riuscivo più a correre perché mi facevano male le piante dei piedi lungo le stradine in salita della Villa Immacolata.
Incontrai il mio nuovo amico e vidi che lui camminava invece spedito e correva senza problemi.
Lo chiamai e gli dissi sottovoce, perché si doveva stare in silenzio:
“Sono andato a confessarmi ed il prete mi ha dato un sacchettino di fagioli da mettere come penitenza nelle scarpe!”
“Anche a me ha dato la stessa penitenza,” mi disse l’amico, “ed anch’io ho messo i fagioli nelle scarpe!”

Ed allora io replicai tutto stupito:

“Come mai tu corri senza problemi ed io ho un male boia alle piante dei piedi?” gli chiesi molto stupito.
E Lui mi rispose sorridendo:
“I fasoi non mi fanno male ai piedi, perché io ieri sera li ho messi a bagno in una tazza di acqua calda.
Il confessore non mi ha detto, infatti, che i fagioli dovevano essere secchi o bagnati e io prima di metterli nelle scarpe li ho messi a bagno.”
Rimasi molto colpito dalla furbata e dissi tra me questo amico si toglie facilmente dai problemi.
Beh stenterete a credere, poi ci perdemmo di vista, ma questo compagno di esercizi spirituali divenne in seguito Direttore di Banca e le rare volte, che andavo nella sua agenzia dicevo a gran voce:
“Direttore mi fanno male i piedi!” e lui replicava:
“Acqua calda e fasoi!”

Brano senza Autore, tratto dal Web