Hai visto il cielo stamattina?

Hai visto il cielo stamattina?

Dalla sua finestra affacciata sulla piazza del mercato il maestro vide uno dei suoi allievi, un certo Haikel, che camminava in fretta, tutto indaffarato.
Lo chiamò e lo invitò a raggiungerlo:

“Haikel, hai visto il cielo stamattina?”

“No, maestro!” rispose l’allievo.
“E la strada, Haikel?
La strada l’hai vista stamattina?” chiese il maestro.
“Sì, Maestro!” disse Haikel.
“E ora, la vedi ancora?” domandò, allora, il maestro.

“Sì, Maestro, la vedo!” replicò il giovane.

“Dimmi che cosa vedi!” esclamò il maestro.
“Gente, cavalli, carretti, mercanti che si agitano, contadini che si scaldano, uomini e donne che vanno e vengono, ecco che cosa vedo!” spiegò Haikel.
“Haikel, Haikel,” lo ammonì benevolmente il Maestro, “fra cinquant’anni, fra due volte cinquant’anni ci sarà ancora una strada come questa e un altro mercato simile a questo.
Altre vetture porteranno altri mercanti per acquistare e vendere altri cavalli.

Ma io non ci sarò più, tu non ci sarai più.

Allora io ti chiedo, Haikel, perché corri se non hai nemmeno il tempo di guardare il cielo?”

Hai visto il cielo stamattina?

Brano senza Autore

La bambola di pezza

La bambola di pezza

Durante il periodo della seconda guerra mondiale la vita era diventata difficilissima, con stenti e privazioni.
A soffrirne di più erano gli anziani e i bambini, che con le loro aspettative, chiedevano alla vita di poter sognare e giocare, desideri propri di tutti i bambini.

Fiorella desiderava tanto avere una bambola tutta sua con cui giocare,

ma la sua mamma gli ripeteva che erano poveri contadini dal pane con sette croste e che non potevano permettersi l’acquisto.
A tanto insistere la genitrice ne fece una con i ritagli di stoffa colorata, copiandola da una rivista, mettendo a frutto la sua abilità di sarta, e la imbottì di morbida crusca per renderla più piacevole al tatto.

Grande fu la gioia della bambina che la portava sempre con sé per giocarci, sia in casa che in cortile.

In questo, però, scorrazzavano libere delle galline dall’occhio sempre curioso che, in un momento in cui la bambola fu abbandonata, notarono la fuoriuscita da una cucitura di un po’ di crusca e fecero a gara per divorarla, tanto che la svuotarono in un baleno.
Fiorella, nello scoprire la distruzione della sua bambola, si mise a piangere a dirotto.
La sua mamma cercò di consolarla promettendole di rifare l’imbottitura in tempi brevi dicendole, inoltre, che a cena avrebbe mangiato un uovo intero invece del solito mezzo,

poiché le galline si erano nutrite della crusca della sua bambola.

La promessa di un uovo intero riservato, solitamente, ai grandi, le fece tornare un inaspettato sorriso, perché la fame era una brutta bestia che andava domata.
Galeotta fu una bambola di pezza svuotata della crusca da galline altrettanto affamate da una inutile guerra.

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

L’uccellino, le scimmie e la lucciola

L’uccellino, le scimmie e la lucciola

Una tribù di scimmie viveva nella giungla, ai margini di un villaggio di contadini.
Ciò che più le incuriosiva era il fuoco.
Stavano ore ad osservare le rosse fiamme che danzavano nelle case e nei cortili e i contadini che si accoccolavano accanto ad esse a riscaldarsi,

con una beata soddisfazione dipinta sul viso.

Una sera particolarmente fredda, le scimmie videro una lucciola che palpitava tra le foglie di un cespuglio.
Credettero subito che fosse una scintilla di quella cosa prodigiosa che scaldava gli uomini e la presero con cura.
La coprirono di erba secca e ramoscelli, stesero le mani in avanti, facendo versi di soddisfazione e credendo di scaldarsi.
Una scimmia si mise addirittura a soffiare sulla lucciola, come aveva visto tante volte fare agli uomini.
Un uccellino dalle ali dorate osservava la scena dall’alto di un ramo.

Pieno di compassione per le povere scimmie volò giù e disse:

“Amiche, vi state sbagliando, quello non è fuoco.
È soltanto una lucciola!”
Ma le scimmie lo cacciarono via infastidite e presero a soffiare con maggior vigore.
“Vi ingannate!” continuava a ripetere l’uccellino dalle ali dorate volando intorno alle scimmie che si accalcavano intorno al mucchietto di foglie e ramoscelli:

“Correte al riparo!”

Irritata, una scimmia afferrò l’uccellino dalle ali dorate e lo uccise.
Poi si misero tutte a soffiare.
Al mattino erano tutte morte di freddo.

Brano tratto dal libro “365 piccole storie per l’anima.” di Bruno Ferrero. Edizione ElleDiCi.

Racconti, Feste & Tematiche

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Il monaco ed il topolino

Il monaco ed il topolino

Tanti anni fa, in una piccola città scoppiò una grave carestia.
Non si trovava più cibo da nessuna parte.
Tutti gli abitanti, da i ricchi signori ai poveri contadini, erano stremati, deboli ed affamati.
Un giorno, un monaco di nome Cadog arrivò a visitare la città.
Cadog era buono, gentile e cordiale.
Amava sinceramente Dio e tutte le sue creature.
Gli piaceva molto leggere, studiare, scrivere e imparare.
E ogni giorno aveva un visitatore, un minuscolo visitatore, con dei magnifici baffi grigi, il naso a punta e una lunga coda rosa.
Saliva sul tavolo di Cadog, scorrazzava in mezzo ai suoi libri, si infilava tra le penne d’oca che gli servivano per scrivere.

Ma Cadog non se ne preoccupava.

Neanche un pò.
Gli piaceva il topolino e non lo cacciava via come facevano tutti gli altri in città, che davano la caccia ai topi e li uccidevano ritenendoli la causa della carestia.
E forse fu per questo che, un giorno, il topolino arrivò con un regalo.
Sette chicchi dorati
Si arrampicò sul tavolo di Cadog, si infilò tra le sue penne d’oca e, nel bel mezzo dei libri del monaco, lasciò cadere un chicco di grano!
“Grazie, amico mio.” disse Cadog al topolino.
Il topo si sedette, fece un grazioso inchino e squittì, come per dire:
“Non si va mai da un amico a mani vuote.”
Mezz’ora dopo, il topolino ritornò con un altro chicco di grano e di nuovo gentilmente Cadog lo ringraziò.

Il topolino ritornò una terza volta.

Poi una quarta.
E una quinta.
E una sesta volta.
Quando alla fine ci furono sette chicchi di grano sul suo libro, Cadog ebbe un’idea.
Prese un filo di seta rossa e con molta attenzione ne legò l’estremità a una zampa del topolino.
“Non ti disturberà più di tanto,” promise il buon monaco, “e potrà fare un mondo di bene.”
Lasciò andare il topolino, guardando bene da che parte andava.
Il topolino correva molto più velocemente di Cadog, ma il monaco poteva seguire il filo di seta che si srotolava attraverso muri, giardini, boschi, fino a un imponente ammasso di terra.
Il topolino si infilò in una stretta apertura.
Un’enorme quantità di grano.
Cadog corse a chiamare il suo maestro e insieme cominciarono a scavare.
Sepolte sotto la terra e detriti c’erano le rovine di un antico palazzo.
E sepolto nei capaci magazzini del palazzo c’era un’enorme quantità di grano!

Cadog e il maestro corsero ad annunciare la notizia ai loro amici.

E ben presto per tutta la città si sparse il fragrante profumo del pane appena sfornato.
Ora c’era nuovamente cibo per tutti, in attesa della nuova stagione!
Il giorno dopo, il topolino venne a trovare il suo amico, come sempre.
Si arrampicò sul tavolo di Cadog e si infilò tra le sue penne d’oca.
Appena si sedette nel bel mezzo del libro di Cadog, con garbo il monaco gli slegò il filo di seta dalla zampa.
“Grazie, amico mio!” disse, “Dio ti ha mandato da me per un motivo, che solo adesso capisco.
Il tuo acuto naso e le tue zampette hanno salvato l’intera città.”
Poi prese una pagnotta di pane fresco e croccante e lo mise davanti alla piccola creatura.
E il topolino e il monaco condivisero il cibo.
Mangiare insieme è un gesto di riconciliazione

Brano tratto dal libro “L’Eucaristia raccontata ai bambini.” di Bruno Ferrero e Anna Peiretti. Edizione ElleDiCi.

La ragazza ed il mastelletto (Mastellina)

La ragazza ed il mastelletto (Mastellina)

Tanti, tanti anni fa, in un piccolo villaggio, vivevano un uomo e una donna.
Prima essi avevano abitato in una città, in un palazzo bello e ricco.
Ora invece vivevano poveramente in una misera capanna.
In tanta sfortuna, la loro unica consolazione era la figlia che avevano.
Sebbene ancor molto giovane, tutti l’ammiravano già per la sua straordinaria bellezza.
Ma, ahimé, prima che la ragazza fosse cresciuta, il padre morì e dopo pochi mesi anche la madre cadde gravemente malata.
“Che sarà di mia figlia, quando anch’io sarò morta?” ripeteva piangendo la donna, “È povera, e la sua bellezza sarà per lei soltanto un castigo.”
Quando la poverina sentì d’esser prossima a morire, chiamò a sé la ragazza, le raccomandò di essere buona e coraggiosa, e le disse di portarle il mastelletto di legno che stava dietro la porta.
La ragazza ubbidì e si inginocchiò accanto al letto della madre morente.
La donna alzò il mastelletto e lo mise in testa alla figlia in modo da nasconderle quasi completamente la faccia.
“Ora, figlia mia,” disse la donna, “promettimi di non toglierti mai di testa questo mastelletto.
Altrimenti, sarai molto infelice.”

La ragazza promise.

Morta che fu la madre, la ragazza campò come meglio poteva.
Lavorava sodo aiutando i contadini nei campi, e mai nessuno udì da lei una parola di lamento per quel che doveva fare.
La gente che la vedeva sempre col mastelletto in testa cominciò a chiamarla Mastellina.
A poco a poco tutti dimenticarono che sotto quella strana maschera si nascondeva il più bel volto del paese.
Un ricco possidente nei cui campi la ragazza lavorava, finì per accorgersi di lei, ammirato dalla sua modestia e diligenza.
Un giorno la chiamò, e le offrì di andare a servizio nella sua casa a curare la moglie ch’era molto malata.
La ragazza accettò l’incarico e svolse così bene il suo compito da meritarsi la fiducia di tutti.
Un giorno, il maggiore dei figli del padrone tornò a casa dalla città dove studiava.
Conobbe Mastellina, prese ad ammirare il suo carattere tranquillo e la sua indole buona, e andava chiedendo alla gente del villaggio notizie su di lei.
Seppe così che era un povera orfanella, da tutti chiamata Mastellina a causa appunto del mastelletto che portava in testa per nascondere, si diceva, i brutti lineamenti del suo viso.
Ma una sera, il giovanotto si avvicinò a Mastellina che portava un pesante secchio pieno d’acqua e vide il volto della ragazza riflesso nell’acqua del secchio.

Era di una bellezza eccezionale.

Egli decise subito di sposare la giovane serva.
I suoi genitori non approvarono la sua scelta, ma il giovane fu irremovibile e tanto disse e tanto fece che riuscì a fissare la data delle nozze.
Mastellina rimase molto male quando seppe che i suoi padroni non l’accettavano volentieri come nuora in casa loro.
Essa piangeva giorno e notte, e pregò il suo fidanzato di sposare una donna che potesse portargli una ricca dote.
Ma una notte essa vide in sogno sua madre, la quale le disse:
“Non temere, figlia mia.
Sposa pure il figlio del tuo padrone.”
La ragazza ne fu felice, si alzò tutta allegra e cominciò a prepararsi per le nozze.
Prima della cerimonia nuziale, tutti volevano togliere dal capo della sposa quello strano casco, ma nessuno ci riuscì.

Lo sposo però disse:

“Io le voglio tanto bene, e la sposerò così com’è!”
Le nozze furono celebrate.
Dopo la cerimonia ci fu uno splendido banchetto:
tutti erano intorno alla sposa a brindare alla sua salute, quando, all’improvviso, il mastelletto si spaccò in due cadendo per terra a pezzi con gran fracasso.
Oh meraviglia!
I pezzi erano tutti d’oro, d’argento e di pietre preziose.
Così la povera ragazza poté vantare una dote più bella e più ricca di quella di una principessa.
Ma quel che più stupì gli invitati fu la straordinaria bellezza della sposa.
I brindisi in onore della coppia felice non si contarono più; grida, canti e risate andarono avanti fino al mattino.

Brano di Bruno Ferrero

L’acqua santa

L’acqua santa

Di buon mattino, un curato di campagna, accompagnato da due chierichetti insonnoliti e svogliati, si recava a benedire case e campi.
La benedizione, rigorosamente in lingua latina, era composta da antichi riti e preghiere, in uso presso “Sancta Romana Ecclesia” di quell’epoca.

Il ragazzo più robusto portava un cestello per la raccolta delle uova,

date come offerta dai contadini, mentre il ragazzo più piccolo portava il secchiello dell’acqua santa con l’aspersorio, per il rituale della benedizione.
Dopo aver percorso metà del tragitto previsto, che doveva concludersi nel casale del chierichetto più piccolo dove ci sarebbe stata un’abbondante ed attesa colazione ristoratrice, questo inciampò su un sasso rovesciando il liquido benedetto.

Cadde poiché il terreno era diventato scivoloso a causa di una recente pioggia.

“Per fortuna le preziose uova sono salve!” fu la reazione immediata del sacerdote che invitò l’accidentato a ripulirsi la tonaca come meglio poteva.
Lo inviò a riempire il secchiello con l’acqua del vicino fosso e di continuare il giro con rinnovata fede.
Li incitò a mettere come garanzia la loro innocenza, ricordando loro che nulla avviene mai per caso.

Gli spiegò, inoltre, che una benedizione, anche da sola, passa sette muri.

Durante l’estate successiva una rovinosa grandinata colpì il paese del parroco in questione, risparmiando proprio la zona benedetta con l’acqua del fosso.
Quest’avvenimento rimase impresso nella mente del chierichetto più piccolo che, dopo discernimento e molti studi, divenne anche lui sacerdote, avendo visto nella caduta accidentale il nascere della sua chiamata vocazionale.

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

Il tesoro nel gelso

Il tesoro nel gelso

Il territorio di Levada è situato lungo il fiume Piave e durante la prima guerra mondiale subì massicci bombardamenti a tappeto da parte dell’artiglieria Austro-Ungarica, che inoltre disseminò il terreno di mine, alcune delle quali rimasero inesplose, e di schegge di granate.

I contadini, nel riprendere i lavori agricoli,

bonificarono i terreni mettendo per comodità i residui bellici dentro i tronchi cavi degli alberi di gelso, utilizzati per l’allevamento del baco da seta, molto in auge in quel periodo.
I gelsi, crescendo, incorporarono il tutto nel loro interno, rendendo il metallo non sempre visibile.
Per la festa della parrocchia era abitudine usare della legna di gelso da ardere.
Questo tipo di legna, per la presenza di nodi e di metalli, era tra le più difficili da tagliare, anche perché, con molta facilità, venivano rotte accette e seghe.
Il parroco, per poter comunque avere questa legna per la festa, faceva affidamento su dei volontari, i quali si arrendevano quasi subito, o per la fatica immane, o lamentando strappi alla schiena, o che,

per giustificarsi del ritiro, rompevano volutamente il manico delle accette.

Dopo diverse ricerche, solamente un parrocchiano accettò di portare a termine il lavoro.
Non a caso era il balordo del paese, che pretese in cambio un fiasco di vino e la deroga di dire in libertà qualche imprecazione non tanto ortodossa, strappando inoltre l’accordo di tenere per se tutto il metallo presente nei tronchi, che avrebbe separato dalla legna, in modo da poterlo vendere.
Questo buon uomo era anche motivato da una leggenda ascoltata in osteria.
Secondo questa leggenda, i gelsi non celavano solo schegge di granate ma anche un tesoro nascosto da un ladro, il quale, dopo la sua rocambolesca fuga, non tornò più a riprenderlo.

La sorte fu benigna con l’intraprendente taglialegna,

infatti trovò all’interno dell’ultimo tronco il tesoro, composto da un bel po’ di sonanti monete d’argento.
Tutto ciò accadde sotto gli occhi stupefatti del parroco, che come da accordi precedentemente presi, confermò allo spaccalegna che tutto il metallo fosse suo, dicendo:
“Con i miei occhi ho visto qualcosa che mi ha fatto ripensare alle Sacre Scritture.
Così come la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo, così il tronco che nessuno voleva spaccare è diventato per te un tesoro meritato!”

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

Nobile e plebeo in mezz’ora

Nobile e plebeo in mezz’ora

Come già narrato precedentemente, in quarta elementare fui bocciato per un gatto.
I miei genitori, preoccupati per il mio futuro visto che avrei dovuto ripetere la quarta classe, mi palesarono la possibilità di andare in un collegio gestito da religiosi, aventi la nomea di essere all’avanguardia per metodi e contenuti di insegnamento.

Accettai questa proposta con grande entusiasmo.

Non ringrazierò mai abbastanza tutti coloro che incontrai nel collegio, perché ebbi una grande opportunità di recupero formativo e di riscatto, essendomi trovato molto bene.
Nell’entrarvi mi accolse il padre rettore:
una figura carismatica che mi fece delle domande amichevoli mettendomi a mio agio.

Vedendo il mio cognome mi chiese:

“Dino, sai che la particella De davanti al cognome è un segno di nobiltà?”
In paese non avevo la percezione di ricchezza e di povertà, tantomeno di nobiltà, dato che eravamo tutti contadini con lo stesso stile di vita e scoprire che potevo avere origini nobili mi fece piacere, anche se non capii appieno il significato.
Non passò mezza ora che tutto cambiò drasticamente.
Come corredo, dovevamo portarci le coperte da casa e nel prepararmi il letto nella grande camerata scoprii che gli altri avevano coperte di marca ed io, invece, di foggia militare.
Scoprii in seguito che una grande quantità di coperte erano rimaste in paese in seguito alla ritirata delle truppe tedesche dall’Italia, e per questo io ne possedevo una.

Scoprii per la prima volta di essere povero, altro che nobile.

La situazione si livellò però nelle settimane seguenti, dato che ero il solo a ricevere ogni domenica la visita dei miei parenti.
A differenza di tanti miei compagni, che erano ricchi sì, ma anche, parcheggiati nel collegio.
Nobile o plebeo, capii che la differenza la fa l’amore e, lo stemma araldico della mia famiglia visibile su Google, mi fa solo sorridere e ricordare quel giorno.

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno

Il pulcino Calimero

Il pulcino Calimero

Diversi anni fa andai con un mio amico, in treno, alla fiera internazionale di agricoltura a Verona.
L’esperienza di una fiera tematica è unica e soddisfa i gusti più esigenti, con tante novità, dai macchinari agli animali, circondati di tanta bella gente.
Il mio amico andò al settimo cielo quando poté acquistare dei pulcini, sponsorizzati come razza super rustica.
Lo invitai a desistere, visto che portare in treno 22 pulcini era una impresa ardua e avremmo attirato troppo l’attenzione.
Come se non bastasse, aveva anche acquistato e indossato un capello a larghe falde.

Contadini sì, ma non macchiette.

Non mi ascoltò, e con la scatola forata ed il certificato in mano, salimmo sul treno del ritorno all’ora di punta, con molta difficoltà per gli spintoni e per la calca.
Prevedibilmente, la scatola si ruppe in maniera irreparabile ed i pulcini si sparsero per il vagone, causando ilarità tra i passeggeri.
In quello stesso vagone erano presenti anche dei bambini con le loro insegnanti.

Fecero a gara per catturarli in mezzo alle gambe dei passeggeri.

Lo schiamazzo attirò l’attenzione del capotreno che ci disse:
“Voi contadini avete forse preso il mio treno per un pollaio ?”
Risposi alla provocazione e replicai:
“Sarà anche un pollaio, ma credo che lei non abbia mai visto ragazzini così felici per aver potuto tenere in mano un pulcino vivo, per la prima volta nella loro vita!”

Il capotreno non replicò.

Dopo questo simpatico dibattito, il mio amico decise di donare alla scolaresca i pulcini con mille raccomandazioni, suggerendo ai bambini di dare a ciascun pulcino anche un nome.
Quando, ad un certo punto, il più piccolo lo tirò per la giacca e gli disse:
“Signor contadino, potrei avere assieme a questo pulcino giallo anche quello nero, chiamato Calimero, per regalarlo a mia sorella che è allergica ai peluche?”

Brano di Dino De Lucchi
© Ogni diritto sul presente lavoro è riservato all’autore, ai sensi della normativa vigente.
Revisione del racconto a cura di Michele Bruno Salerno