L’aquila e l’usignolo

L’aquila e l’usignolo

L’aquila, regina degli uccelli, sentiva da tempo magnificare le grandi qualità dell’usignolo.
Da brava sovrana, volle rendersi conto se quanto si diceva era vero e, per sincerarsene, mandò a controllare due dei suoi funzionari:

il pavone e l’allodola.

Avrebbero dovuto valutare la bellezza delle piume e il canto dell’usignolo.
I due adempirono la loro missione e tornarono dall’aquila.

Il pavone riferì per primo:

“L’usignolo ha una livrea così modesta da rasentare il ridicolo:
questo fatto mi ha talmente infastidito, che non ho prestato la minima attenzione al suo canto!”

L’allodola disse:

“La voce dell’usignolo mi ha letteralmente incantato, tanto che mi sono completamente scordato di badare al suo vestito!”

Brano tratto dal libro “Il canto del grillo.” di Bruno Ferrero. Edizione ElleDiCi.

L’asceta e gli animali

L’asceta e gli animali

C’era una volta un asceta, santo e penitente, che viveva sui fianchi di una montagna, lontano da tutto.
Si nutriva con le bacche degli alberi e le radici della terra e beveva l’acqua limpida del ruscello che scorreva nei pressi della sua capanna.
Per vestito indossava soltanto un paio di vecchi calzoni sbrindellati.

Ne aveva solo un altro paio, che gli serviva per il cambio.

Trascorreva la giornata nella contemplazione di Dio e delle meraviglie del creato.
Da tutte le parti, uomini devoti e pii venivano a visitarlo per avere la sua benedizione, che si rivelava sempre prodigiosa, e per chiedere le sue preghiere, che erano sempre efficaci.
Nella foresta però proliferavano alcuni grossi topi, che un giorno rosicchiarono i calzoni del santo eremita fino a renderli assolutamente inservibili.
Quando vennero i devoti visitatori, il sant’uomo si lamentò.

Quelli gli suggerirono il rimedio:

doveva prendersi un gatto.
Gliene portarono uno, così i topi sparirono e l’altro paio di calzoni si salvò.
Ma ora bisognava nutrire il gatto.
I fedeli gli portarono una mucca, perché i gatti amano il latte.
Le mucche mangiano l’erba e quindi l’eremita poteva facilmente nutrire la sua mucca.

Ma l’erba dei dintorni era striminzita e sgradevole,

così l’eremita cominciò a curare un vero prato.
Ora il suo tempo era tutto occupato dal prato, dalla mucca e dal gatto.
Non riusciva più a concentrarsi su nient’altro.
I fedeli che vennero a visitarlo si accorsero ben presto che era cambiato:
la sua benedizione non faceva più prodigi e le sue preghiere non ottenevano più nulla.

Brano senza Autore

La formichina e la forza dell’amore

La formichina e la forza dell’amore

Il Re Salomone, un giorno, gironzolando per il deserto fu attratto da un formicaio!
Tutte le formiche si precipitarono ad ossequiare le sante impronte del Re.

Una sola non si curò minimamente della sua presenza!

Continuò, imperturbabile, a lavorare con invariata alacrità senza fermarsi un attimo.
Stava ai piedi di una duna di sabbia ed il Re si chinò su di lei, chiedendo:
“Che cosa fai, formichina?”
Senza distrarsi un attimo dal lavoro la formica gli rispose:
“Vedi, Re dei Re, un granello dopo l’altro io porto altrove questa duna!”

“Formichina generosa!”

le disse Salomone, “Non è un lavoro sproporzionato per le tue forze?
Questa duna è così alta che neanche riesci a vederne la cima.
Neanche con la longevità di Matusalemme, e la pazienza di Giobbe, potresti sperare di spostare questa duna!”
“Gran Re!” riprese la formica, “Faccio questo per amore della mia amata!

Questa duna mi separa da lei.

Niente e nessuno mi potrà impedire di abbatterla!
E se quest’opera dovesse consumare tutte le mie forze, almeno morirò nella misteriosa e felice follia della speranza!”
Così parlò la formica innamorata.
In questo modo il Re Salomone scoprì, sul sentiero del deserto, quanto può essere forte e coraggioso l’amore!

Brano senza Autore

La perseveranza della formica

La perseveranza della formica

L’altro giorno ho visto una formica che trasportava una foglia enorme.
La formichina era piccola e la foglia doveva pesare almeno il doppio della (formica) stessa.
Ora la trascinava, ora la sollevava sopra la testa.
Quando soffiava il vento, la foglia cadeva, facendo cadere anche la formica.
Fece molti capitomboli, ma nemmeno questo fece desistere la formica dalla sua impresa.
L’osservai e la seguii, finché giunse vicino a un buco, che doveva essere la porta della sua casa.
Allora pensai:
“Finalmente ha concluso la sua impresa!”
Mi illudevo.

Perché, anzi, aveva appena terminata solo una tappa.

La foglia era molto più grande del foro, per cui la formica lasciò la foglia di lato all’esterno ed entrò da sola.
Così mi dissi:
“Poverina, tanto sacrificio per nulla!”
Mi ricordai del detto popolare:
“Nuotò, nuotò e morì sulla spiaggia!”
Ma, la formichina mi sorprese.
Dal buco uscirono altre formiche, che cominciarono a tagliare la foglia in piccoli pezzi.
Sembravano allegre nel lavoro.
In poco tempo, la grande foglia era sparita, lasciando spazio a pezzettini che ormai erano tutti dentro il buco.

Immediatamente mi ritrovai a pensare alle mie esperienze.

Quante volte mi sono scoraggiato davanti all’ingorgo degli impegni o delle difficoltà?
Forse, se la formica avesse guardato le dimensioni della foglia, non avrebbe nemmeno cominciato a trasportarla.
Ho invidiato la perseveranza, la forza di quella formichina.
Naturalmente, trasformai la mia riflessione in preghiera e chiesi al Signore che mi desse la tenacia di quella formica, per “caricare” le difficoltà di tutti i giorni.
Che mi desse la perseveranza della formica, per non perdermi d’animo davanti alle cadute.

Che io possa avere l’intelligenza,

l’abilità di quella formichina, per dividere in pezzi il fardello che, a volte, si presenta tanto grande.
Che io abbia l’umiltà per dividere con gli altri i frutti della fatica come se il tragitto non fosse stato solitario.
Chiesi al Signore la grazia di riuscire, come quella formica, a non desistere dal cammino, specie quando i venti contrari mi fanno chinare la testa verso il basso… specie quando, per il peso di ciò che mi carica, non riesco a vedere con nitidezza il cammino da percorrere.
La gioia delle larve che, probabilmente, aspettavano il cibo all’interno, ha spinto quella formica a sforzarsi e superare tutte le avversità della strada.
Dopo il mio incontro con quella formica, sono stato rafforzato nel mio cammino.
Ringrazio il Signore per averla messa sulla mia strada e per avermi fatto passare sul cammino di quella formichina.
I sogni non muoiono, solo si assopiscono nel cuore della gente.
Basta svegliarli, per riprendere il cammino!

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L’ostrica ed il cavalluccio marino

L’ostrica ed il cavalluccio marino

Passeggiando sul fondo del mare, un giorno, un cavalluccio marino vide una giovane ostrica.
Doveva essere arrivata da poco poiché il cavalluccio, appassionato di passeggiate e molto estroverso, non l’aveva mai vista prima.
“Buongiorno!” disse gentilmente il cavalluccio bussando piano sul guscio dell’ostrica.
Stava per proseguire, pronto a godere delle meraviglie del mare e delle sue creature, quando una voce dolcissima gli rispose:

“Per me sarà certamente un buon giorno:

ti sei accorto di me!”
“Tu non sei di qua vero?” domandò il cavalluccio, che cominciava a essere curioso di quella strana creatura, grigia e rugosa.
“No, però qualche volta le correnti mi avevano già portata dove ci troviamo ora…” disse gentilmente l’ostrica.
“Allora conoscerai i miei amici!
Il granchio forte e loquace, la medusa affascinante e un po’ pungente…” esclamò il cavalluccio.
“Veramente no…
Io non ho amici.” replicò la timida ostrica.
“Davvero?” domandò il cavalluccio, “Mi sembra impossibile!”
“Vedi, io sono molto timida, non sono bella, non so fare tante cose…” si giustificò l’ostrica.

“Che cosa dici?

Tutti sanno fare compagnia a qualcuno!” spiegò il cavalluccio marino.
Fu felice di rimanere ancora in compagnia dell’ostrica, e l’ostrica cominciò a rilassarsi, tanto da schiudersi un po’:
non aveva mai compreso che poteva essere così facile donare e ricevere gioia!
Scese la notte e il riflesso della luna brillò sul fondo del mare.
Solo allora il cavalluccio e l’ostrica si sentirono un po’ stanchi.
Rimasero qualche istante in silenzio, poi l’ostrica mormorò:
“Sono stata tanto felice oggi.
Voglio offrirti un regalo che spero ti faccia piacere!”
E davanti agli occhi ammirati del cavalluccio, l’ostrica si aprì e porse una bellissima perla dalle venature rosate, che brillava al chiarore della luna.

“Questo è il mio regalo per te.

Prendila!” trillò l’ostrica.
Il cavalluccio prese la perla con delicatezza.
Era luminosa e calda … e il cavalluccio sentì tutto l’amore dell’ostrica fluire dentro di lui.

Potete rendere felici tutti quelli che vivono con voi.
Scoprireste tesori inimmaginabili che finirebbero altrimenti sprecati.
Lo potete fare con molto poco.
Allora, perché non lo fate?

Brano tratto dal libro “I fiori semplicemente fioriscono.” di Bruno Ferrero. Edizione ElleDiCi.

La conchiglia e la beccaccia

La conchiglia e la beccaccia

Su di una spiaggia, una conchiglia si aprì per esporsi ai raggi del sole.
Una beccaccia passò di lì ed allungò il becco a punta con l’intenzione di cibarsi della polpa del mollusco.
La conchiglia, di fronte al pericolo, si richiuse,

imprigionando così il becco dell’uccello.

La beccaccia tentò di liberarsi dalla stretta… inutilmente!
Da parte sua la conchiglia, sempre attaccata al becco del volatile, non rischiava di abbandonare la presa.
Fu così che i due rimasero imprigionati l’uno all’altro.

L’uccello pensava:

“Cederà prima lei, per mancanza di acqua!”
La conchiglia si diceva:
“Aspetterò a liberare il becco, finché lui morirà di sete!”

Ad un certo punto, arrivò un pescatore.

S’impadronì della beccaccia e del mollusco e s’incamminò verso casa, soddisfatto del provvidenziale bottino…

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Il vecchio pescatore e i granchi

Il vecchio pescatore e i granchi

Un vecchio pescatore si era messo accanto una cesta piena di granchi ancora vivi, e si era addormentato!
Un passante lo svegliò:

“Guarda che ti scappano via i granchi!”

Il vecchio, che era un esperto, rispose:
“Niente paura!
Appena un granchio riesce ad arrampicarsi un po’, a lui se ne aggrappa subito un altro e, a questo, se ne attacca un terzo:

così, alla fine, cadono tutti di nuovo nella cesta…

Sono loro stessi a fare in modo che non scappi nessuno!”

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L’uccellino, le scimmie e la lucciola

L’uccellino, le scimmie e la lucciola

Una tribù di scimmie viveva nella giungla, ai margini di un villaggio di contadini.
Ciò che più le incuriosiva era il fuoco.
Stavano ore ad osservare le rosse fiamme che danzavano nelle case e nei cortili e i contadini che si accoccolavano accanto ad esse a riscaldarsi,

con una beata soddisfazione dipinta sul viso.

Una sera particolarmente fredda, le scimmie videro una lucciola che palpitava tra le foglie di un cespuglio.
Credettero subito che fosse una scintilla di quella cosa prodigiosa che scaldava gli uomini e la presero con cura.
La coprirono di erba secca e ramoscelli, stesero le mani in avanti, facendo versi di soddisfazione e credendo di scaldarsi.
Una scimmia si mise addirittura a soffiare sulla lucciola, come aveva visto tante volte fare agli uomini.
Un uccellino dalle ali dorate osservava la scena dall’alto di un ramo.

Pieno di compassione per le povere scimmie volò giù e disse:

“Amiche, vi state sbagliando, quello non è fuoco.
È soltanto una lucciola!”
Ma le scimmie lo cacciarono via infastidite e presero a soffiare con maggior vigore.
“Vi ingannate!” continuava a ripetere l’uccellino dalle ali dorate volando intorno alle scimmie che si accalcavano intorno al mucchietto di foglie e ramoscelli:

“Correte al riparo!”

Irritata, una scimmia afferrò l’uccellino dalle ali dorate e lo uccise.
Poi si misero tutte a soffiare.
Al mattino erano tutte morte di freddo.

Brano tratto dal libro “365 piccole storie per l’anima.” di Bruno Ferrero. Edizione ElleDiCi.

Le pernici superbe

Le pernici superbe

Una numerosa colonia di pernici argentate si era stabilita ai bordi di un bosco.
Ma un cacciatore si accorse di loro e tese le sue reti.
Una volta prigioniere delle maglie della rete, le sfortunate pernici si dibattevano invano.
Una pernice saggia e anziana radunò le pernici scampate alla cattura e cercò di insegnare loro una tattica per salvare le piume.
“Sorelle mie,” disse, “state ben attente!
Avete visto come cadono le reti del cacciatore, nel prato.
Se per disgrazia ci finite dentro, dovete semplicemente infilare la testa nelle maglie della rete e poi battere le ali con forza tutte insieme.
Riuscirete a sollevare la rete e lasciarla sui rami di un albero.”

Il giorno dopo, molte pernici incapparono nella rete del cacciatore.

Si ricordarono delle raccomandazioni della vecchia pernice, infilarono la testa nelle maglie della rete e cominciarono a sbattere le ali con tutta la loro energia.
La rete volò con loro fin sopra la chioma di un faggio.
Là, appoggiata come un vecchio straccio inutile, la trovò il cacciatore.
Qualche giorno dopo, alcune pernici razzolavano nel prato beccando insetti e teneri germogli.
Improvvisamente la rete del cacciatore calò su di loro.
“Ascoltate, sorelle!” disse una delle pernici, “Sappiamo che cosa dobbiamo fare per liberarci.
Facciamo passare le nostre teste attraverso le maglie della rete; e poi al mio tre, battiamo le ali tutte insieme.

Siete pronte? Uno, due, tr…”

“Non vedo perché devi essere tu a comandare!” interruppe bruscamente un’altra pernice, “Sono io la più forte!
Tocca a me dirigere l’operazione…”
“E allora?” strillò un’altra, “Sono io la più anziana!”
“Ma chi vi credete di essere?” sbraitò un’altra pernice, “Non ho nessuna intenzione di stare ad ascoltare voi!”
“Io ho più esperienza!” riprese la prima, “È normale che sia io a comandare.
Attente!
Al mio segnale: uno, due, tr…”

Contemporaneamente altre pernici iniziarono a gridare:

“Tocca a me!
Voglio dare io il segnale!”
“No, tocca a me!
O sentirete quant’è affilato il mio becco!”
“Provaci se hai il coraggio, grassona!”
“Per favore, ascoltatemi!” supplicò la prima pernice, “Il cacciatore non tarderà.
Al tre, battete le ali: uno, due tre!”
Ma le pernici non sentivano più niente.
Con le piume arruffate lottavano a colpi di becco, di zampe, di testate furibonde, schiamazzando e strepitando.
Tutto quel trambusto attirò il cacciatore che, ridacchiando, ficcò le pernici nel sacco, dove continuarono a colpirsi e insultarsi.

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Le oche nel cortile (Adagiarsi)

Le oche nel cortile (Adagiarsi)

Le oche del cortile avevano un rito settimanale a cui tenevano molto.
In quel giorno facevano il bagno nello stagno, si lisciavano con cura le penne, facevano abluzioni e gargarismi, si lustravano il becco e poi dondolando e ancheggiando si radunavano in un angolo dell’aia, all’ombra di un vecchio salice piangente.

Là, il reverendo e saggio “ocone”,

erede della luminosa tradizione della “Eroica Comunità delle Oche”, chiudeva gli occhi e con voce commossa rievocava i tempi in cui le oche si levavano in volo in formazione a “V” per sfidare i venti e le distanze, solcando i cieli.
Rievocava le eroiche imprese delle oche che avevano attraversato l’oceano, superando terribili tempeste, e narrava di quando le oche volavano senza riposare per giorni e giorni,

magnifiche, vigorose e resistenti.

Parlava delle oche gloriose che avevano dato la vita per la salvezza dello stormo.
Le oche del cortile si commuovevano, piangevano, battevano le ali.
Ma, appena sentivano il gorgogliare del pasto che il pastore rovesciava nella vasca,

tutte si affrettavano verso il cibo, dondolando e ancheggiando.

Beate e soddisfatte.
Senza alzarsi da terra neanche un centimetro.

Brano senza Autore